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Antiriciclaggio ad armi spuntate

Paesi terzi, il controllo antiriciclaggio europeo è scarso. La blacklist Ue dipende troppo da valutazioni Gafi che in alcuni casi sono vecchie di più di 10 anni. Il primo tentativo dell’Ue di stilare una lista autonoma è fallito e di conseguenza l’attuale lista dell’Unione non va oltre quella del Gruppo di azione finanziaria. È quanto emerge dal report speciale pubblicato dalla Corte dei corti europea «Gli sforzi dell’Ue per contrastare il riciclaggio di denaro nel settore bancario sono frammentari e l’attuazione è insufficiente» (si veda ItaliaOggi del 30 giugno).

La Commissione ha l’obbligo giuridico di individuare i paesi non appartenenti all’Ue che presentano carenze strategiche nel proprio quadro nazionale in materia di antiriciclaggio tali da costituire un rischio per il sistema finanziario dell’Ue. La Commissione adotta quindi la lista dei paesi terzi ad alto rischio attraverso un «atto delegato». Una volta individuati tali paesi terzi, ne consegue che i soggetti obbligati (tra cui le banche) dell’Ue sono immediatamente tenuti ad applicare misure molto più rigorose (misure rafforzate di adeguata verifica) quando intrattengono rapporti con cittadini e imprese dei paesi inseriti nella lista.

Il metodo adottato dalla Commissione per raccogliere gli elementi necessari a redigere la lista dei paesi terzi è risultato efficiente, ma è stato ostacolato dalla carenza di una tempestiva collaborazione da parte del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), afferma la Corte.

Nel luglio 2018 la Commissione ha adottato e pubblicato un documento di lavoro che costituiva la procedura per l’individuazione dei paesi terzi a rischio (la «metodologia del 2018»).about:blank

Il procedimento si basa sui requisiti e le migliori pratiche del Gruppo di azione finanziaria internazionale (Gafi), a cui sono aggiunte informazioni di intelligence specifiche per paese raccolte da Europol e dal Seae. Secondo la Corte, Europol ha fornito in modo tempestivo e coerente le informazioni di cui la Commissione aveva bisogno per la definizione dell’ambito di applicazione e delle priorità, al contrario, il Seae non ha fornito all’inizio nessuna delle informazioni richieste dalla Commissione, offrendo il proprio contributo alla procedura solo in seguito.

Sono anche emersi problemi riguardo alla collaborazione con i paesi terzi. La metodologia prevedeva che la Commissione e il Seae si coordinassero e provvedessero affinché un paese terzo interessato fosse aggiornato, in modo esaustivo e in tempo utile, in merito all’inserimento nella lista. La Corte non ha riscontrato che ciò sia avvenuto in modo approfondito.

Sulla base dell’analisi di un campione di dieci paesi, la Corte ha concluso che la Commissione è riuscita a raccogliere efficacemente informazioni sui rischi riguardanti i paesi terzi e a utilizzarle per compilare i profili dei singoli paesi che ha poi impiegato per le sue valutazioni. In generale, i profili dei paesi contenevano, nella maggior parte dei casi, informazioni complete e pertinenti, provenienti da fonti di informazione sia interne che pubbliche. Tuttavia, tali profili dipendono notevolmente dalle relazioni di valutazione reciproca stilate secondo la metodologia Gafi e alcune di queste risalgono fino a 10 anni fa, sottolinea la Corte.

La metodologia della Commissione non utilizza ponderazioni o criteri per l’assegnazione di punteggi e la scelta dei paesi si basa, in ultima istanza, sul giudizio degli esperti. Nel campione preso in esame, tuttavia, la Corte non ha rilevato incongruenze tra le giurisdizioni selezionate o non selezionate dalla Commissione.

La Commissione aveva adottato il primo atto delegato il 13 febbraio 2019, identificando 23 paesi terzi ad alto rischio. L’atto delegato poteva entrare in vigore solo se il Parlamento europeo e il Consiglio non avessero sollevato obiezioni entro un mese dalla notifica dell’atto. Il 7 marzo 2019 il Consiglio ha deciso all’unanimità di respingere il progetto di lista proposto dalla commissione. Molti stati membri hanno lamentato il fatto che il processo di consultazione che li aveva coinvolti era stato troppo rapido. Al contrario, il parlamento aveva appoggiato l’atto delegato nella risoluzione del 14 marzo 2019.

Dopo il rigetto da parte del consiglio, la Commissione ha proposto un nuovo atto delegato, a maggio 2020. Questo era allineato alla procedura Gafi e, quindi, teneva in considerazione solo i paesi inseriti ed esclusi dalla lista del Gafi. Tale lista non è stata respinta né dal Parlamento europeo né dal Consiglio ed è attualmente in vigore.

La lista attualmente contiene 21 paesi (Afghanistan, Bahamas, Barbados, Botswana, Cambogia, Corea del Nord, Ghana, Iran, Iraq, Giamaica, Mauritius, Myanmar, Nicaragua, Pakistan, Panama, Siria, Trinidad e Tobago, Uganda, Vanuatu, Yemen, Zimbabwe).

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