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Anticorruzione, sì con la fiducia Monti: darà una spinta alla crescita

Sul disegno di legge anticorruzione, Mario Monti ci ha messo la faccia. Lo dice a sera, davanti all’assemblea dell’Anci, quando il ddl è ormai «in dirittura d’arrivo». «Non ho mai usato quest’espressione ma lo faccio stavolta perché una legge contro la corruzione è lo strumento fondamentale per creare attrattiva e crescita nel Paese». Poi – mentre a Palazzo Madama i senatori votano la fiducia – racconta: perfino l’emiro del Qatar, «non il re di Norvegia», non investe più in Italia perché teme la «corruption». Alla fine, i sì alla fiducia sono 228, Lega e Idv votano contro. Ma il Carroccio poco dopo dice sì al provvedimento, che passa quindi con 256 favorevoli, 7 contrari e 4 astenuti.
Il premier è soddisfatto. Si è presentato al Senato di primo mattino per far capire che il governo non intendeva più perdere un solo minuto. Si è seduto accanto ai ministri della Pubblica amministrazione e della Giustizia Patroni Griffi e Severino. È stato lì due ore, ha ascoltato il guardasigilli difendere una legge che è costata sudore, mediazioni, nottatacce, ma che tutti dicono non essere la migliore possibile. Davanti alle critiche della politica, ai «si poteva fare di più», Paola Severino rivendica la fatica della mediazione. L’onestà degli intenti. «Non è ammissibile che qualcuno dica che non volevamo questa legge perché siamo amici degli amici dei corrotti. Siamo un governo di persone oneste». La frase era del senatore Luigi Li Gotti, Idv, che ritiene il provvedimento un passo indietro. Come Antonio DI Pietro, che sul blog scrive: «La legge rende ai corrotti la vita non un pochino più difficile, ma molto più facile ». Il ministro della Giustizia ribatte: «È un testo forte ed equilibrato », il primo dopo Tangentopoli, «quando la politica tentò invece di fermare la magistratura ». Avverte sulla facilità di fare i «grilli parlanti», e rivendica: «Nessuno potrà dire che il provvedimento è oggetto di inciuci».
Spiega l’ammorbidimento delle norme sui fuori ruolo: «È stato seguito il buon senso». Poi promette: sull’incandidabilità dei condannati, su cui il ddl dà la delega al governo, «agiremo con tempestività».
«Abbiamo chiesto che si faccia in un mese e non in sei – risponde Anna Finocchiaro – siamo felici che il governo garantisca un iter rapido». Poi, prima del voto finale, la presidente dei senatori Pd chiarisce: «Voteremo sì non perché siamo ciechi di fronte alle manchevolezze di questa legge, ma perché ci sembra comunque uno scarto rispetto a un decennio di politiche segnate dalla compiacenza e dalla sottovalutazione ». E conclude: «Che da qui si cominci, non che qui si finisca ». Allo stesso modo, il segretario Bersani: «È un passo avanti, vediamo se ci sono cose da aggiustare. Il compito non è finito». Mentre su Twitter, Casini plaude: «Finalmente la legge, non se ne poteva più, sono finite le perdite di tempo». Ora il testo torna alla Camera, per quello che dovrebbe essere il varo definitivo. Sempre che la “strana maggioranza” non faccia altri scherzi.

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