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Anti-corruzione: l’Italia è nell’élite Ma serve legge che aiuti chi la denuncia

omani la commissione Affari legali dell’Europarlamento, a Bruxelles, ha in programma un voto sull’introduzione dell’obbligo di dichiarare i pagamenti all’estero per attività petrolifere, energetiche, minerarie e forestali, spesso ad alto rischio di essere accompagnate da tangenti per governanti e intermediari vari. Ma anche in Italia riforme anti-corruzione davvero efficaci sono sollecitate da più parti al governo Monti e, in particolare, al ministro della Giustizia Paola Severino.
Un contributo significativo al dibattito in corso è poi arrivato dall’organizzazione «Transparency International». Nel suo ultimo rapporto annuale sulla corruzione nelle attività di export e di lavori all’estero critica l’assenza in Italia di una legge per la protezione dei whistleblower, che «fischiano» l’allarme e denunciano irregolarità in genere dall’interno della stessa entità coinvolta. «Trasparency International» ne sollecita l’introduzione per proteggere e incentivare i dipendenti onesti disposti a rivelare i casi di corruzione di cui siano venuti a conoscenza. Oggi in Italia di fatto si invita a «chiudere gli occhi». Chi agisce da whistleblower a volte rischia di essere licenziato o addirittura denunciato per aver danneggiato l’immagine del datore di lavoro. Negli Stati Uniti, invece, viene ricompensato perfino chi aiuta a stanare i grandi evasori fiscali.
In linea generale il rapporto di «Transparency International» valuta positivamente le iniziative anti-corruzione italiane sulle attività d’affari proiettate verso l’estero, in applicazione della specifica convenzione dell’organizzazione internazionale Ocse (sottoscritta da 39 Paesi). Viene apprezzato che l’apparato giudiziario abbia individuato numerosi casi rilevanti. Alcune indagini hanno coinvolto colossi a partecipazione statale come Saipem/Eni (per attività petrolifere in Nigeria) o Finmeccanica (in relazione a forniture militari e per la sicurezza in Colombia, India, Malesia, Panama e Arabia Saudita). L’Italia viene così inserita nella prima fascia dei sette Paesi più impegnati nel contrastare questo tipo di criminalità dei «colletti bianchi», insieme a Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Svezia, Norvegia e Danimarca, che complessivamente costituiscono il 28% dell’export mondiale. Messico, Brasile, Turchia e Lussemburgo vengono considerati Paesi problematici. Irlanda, Polonia, Repubblica Ceca, Sud Africa, Israele, Grecia, Nuova Zelanda ed Estonia compongono il gruppo dei peggiori.
Un altro punto debole fondamentale dell’Italia, secondo «Transparency International», scaturisce dalla difficoltà di punire i responsabili di pratiche tangentizie collegate ad appalti nei Paesi del Terzo Mondo. Troppo spesso la lentezza della giustizia e i brevi termini di prescrizione rendono inutili processi pur basati su prove solide. Sui 60 inquisiti considerati, solo 3 persone giuridiche e 9 individui sarebbero stati sanzionati (per di più con la concessione del «patteggiamento»). Sotto accusa, per l’evaporazione di numerosi procedimenti sulla corruzione, viene messa la «riforma ex Cirielli» del 2005, introdotta dal governo Berlusconi.

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