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Ansaldo Energia, cinesi contro Cdp per l’ad scelto da Palermo e Bono

Nell’autunno della grande spartizizone delle partecipate – quasi 500 nomine in agenda – scoppia la grana Ansaldo Energia, il colosso produttore di turbine e impianti energetici, partecipata al 60% da Cdp Depositi e Prestiti. E monta il braccio di ferro tra gli azionisti per un cambio al vertice che sembrava già deciso e ora incrocia invece gli scossoni della politica italiana.
Come successore dell’ad di Aen Giuseppe Zampini – destinato allla presidenza – era stato individuato Giuseppe Marino, senior vicepresident di Hitachi Rail Italy, figlio di un vecchio e stimato dirigente di Finmeccanica. Un profilo di manager che però, per i detrattori, non offrirebbe particolari competenze sul settore energia e sulle relazioni internazionali. La scelta non convinceva l’azionista cinese, Shanghai Electric Co., (Sec detiene il 40%), ma l’accordo sembrava fatto, complice il patto inossidabile tra l’ad di Cdp, Fabrizio Palermo, e Giuseppe Bono Ceo di Fincantieri (controllata dalla stessa Cdp), a sua volta legato alla Lega; entrambi erano determinati a rafforzare e diversificare il gruppo, in una visione che forse accarezzava gli ideologi dell’industria “sovranista”. Peccato che il testacoda ferragostano di Salvini e la nascita dell’imprevisto esecutivo giallorosso abbia rimesso tutto in discussione, grazie anche ai rapporti tra Zampini e il Pd.
La posizione dei cinesi si è progressivamente allontanata dall’ipotesi Marino: Sec gradirebbe un’opzione due. E l’arrivo dei soci di Shangai a Roma, in queste ore, avrebbe il compito di fare chiarezza. In Aen c’è chi contesta alla linea di Palermo e di Bono – fortissimo l’ascendente del secondo sul primo – la strategia di reclutare manager più forti nelle consulenze che nei settori specifici. Uno spirito di “rinnovamento” che, secondo alcuni, addirittura potrebbe spingere la Sec all’uscita da Ansaldo, con conseguenze sul piano della stabilità industriale e rafforzamento dei concorrenti, vedi il corteggiamento di Siemens verso Shanghai.
Il conflitto ora bussa alle porte del nuovo governo e vede il Pd di Zingaretti in grande ascolto. D’altro canto, dietro la partita per la nomina dell’ad di Aen – 4.100 dipendenti, di cui 2.300 solo in Italia, sembra ripetersi il vecchio dualismo tra Bono e l’ex “imperatore” di Finmeccanica, ormai fuori ma mai del tutto, Guarguaglini. Se il primo continua a vagheggiare una grande Finmeccanica 2, i suoi avversari contestano operazioni ritenute non strategiche. Bono punta ad allargare: l’Antitrust ha già espresso parere favorevole all’acquisizione di Insis, che fa cybersecurity per la difesa e sicurezza. E un anno fa, sempre Finantieri ha acquisito il 10% di Psc, un gruppo lucano per installazione di impianti elettrici, poi diventato interlocutore di general contractor e delle commesse pubbliche in Calabria, con immissioni massicce di liquidità finite all’attenzione dei pm di Reggio Calabria. Ma se il piano Fincantieri punta a creare rete sui territori non può nemmeno tralasciare i rapporti istituzionali. In questo senso, forse maliziosamente, sono state viste alcune assunzioni di figure considerate trait-d’union essenziali, vedi il reclutamento di qualche professionista stimato anche dallo studio Alpa, in cui si è formato il premier Conte. Nel fu governo gialloverde Conte aveva bocciato il progetto di Fincantieri e Cdp per “inglobare” Leonardo- Finmeccanica. «È una notizia destituita di fondamento», aveva detto a gennaio Conte 1. Poi c’è stato il big-bang, il Conte 2. E l’argomento torna. «Perché continuiamo a tenere divise Finmeccanica-Leonardo da Fincantieri?», si è chiesto Matteo Renzi nella sua prima intervista a Repubblica , da leader di Italia Viva. Tutto può accadere nell’autunno della grande spartizione.
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