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Ancora stallo sul «Made in» L’opposizione dei Paesi del Nord blocca la proposta della Lituania

«Ci sono Paesi in Ue che sono diventati Paesi trasformatori più che produttori e quindi hanno meno interesse a tutelare l’industria e di più interesse a tutelare le importazioni» ma «sulla pelle dei consumatori». Il viceministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda, sintetizza così lo stallo nella trattativa sul «Made in» durante il Consiglio Competitività ieri a Bruxelles. Se ne discute dal 2013. L’obiettivo è introdurre l’etichetta obbligatoria su alcuni prodotti, da cui dipende il via libera al Regolamento sulla sicurezza. 
Il fronte a favore è guidato dall’Italia, che chiede il «Made in» per cinque settori: ceramica, calzature, gioielleria, tessile e legno-arredo. A favore sono Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Croazia con l’aggiunta ieri della Polonia. Il fronte del no, capitanato dalla Germania, conta Gran Bretagna, Belgio, Danimarca, Irlanda, Olanda e Svezia. La Commissione Ue aveva individuato tre settori per il «Made In», recependo uno studio tecnico sui costi che avrebbe comportato il nuovo obbligo: calzature, ceramica e tessile. Poi il tessile era stato escluso. L’ultima proposta sul tavolo era quella della Lettonia, che ha la presidenza di turno della Ue e dunque il compito di mediare, e prevedeva l’etichetta per le calzature e le sole ceramiche che entrano in contatto con il cibo. Ma nemmeno su questa si è trovata l’intesa. «Non c’è una maggioranza a favore del “Made in” – ha spiegato Calenda – e neanche una maggioranza tale da far passare il pacchetto senza» (si vota a maggioranza qualificata). «Non capiamo la posizione del fronte del “no” che oggi (ieri, ndr ) si è confermato negativo anche di fronte alla proposta della presidenza lettone, che noi consideravamo debole perché riguardava di fatto un settore e mezzo». Per l’Italia l’unica «exit strategy è continuare a negoziare» ha detto Calenda, spiegando che «sinché non si trova una soluzione non va avanti l’intero pacchetto». Il viceministro ha anche fatto presente che l’Italia non chiede di «alzare barriere né tantomeno di abbassare gli standard».
«Le parti devono fare alcuni compromessi» ha detto con una certa irritazione la commissaria Ue al Mercato interno, la polacca Elzbieta Bienkowska. L’obiettivo è trovare un’accordo entro la fine del 2015. Bienkowska ha sottolineato che da dieci anni i consumatori aspettano norme sulla sicurezza dei prodotti.

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