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Ancora fermi al palo i pagamenti Pa

L’Abi mette a nudo tutti i problemi (e non sono pochi) della piattaforma elettronica per la certificazione dei crediti delle imprese con la Pa.
Scarsa trasparenza, ritardi nella realizzazione dei collegamenti tra piattaforma e banche, difficoltà operative anche per far scattare il Fondo di garanzia per le Pmi, nonché tempi lunghi per definire la delega con cui la banca può chiedere la certificazione per conto dell’impresa.
Il quadro che ne esce è di assoluto stallo della procedura voluta dal Governo Monti per certificare e restituire gli oltre 70 miliardi di euro vantati dalle imprese (somma che arriva circa a 100 se si considerano anche i crediti tra privati). La nota dell’associazione arriva, peraltro, a poche settimane dal primo bilancio tracciato dal ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, lo scorso 11 febbraio: 71 operazioni certificate (per circa 3 milioni di euro) a fronte di 467 istanze presentate (per 45 milioni); cinque richieste di nomina del commissario ad acta (si veda Il Sole 24 Ore del 12 febbraio 2013).
Il collegamento della piattaforma con le banche sconta i ritardi nella realizzazione delle procedure di comunicazione con il Cbi (Customer to business interaction). Ritardi che hanno un nome: la Consip, come scrive l’Abi, soltanto il 20 febbraio scorso ha inviato al consorzio Cbi «le informazioni essenziali per il proseguimento dei lavori».
Il mancato accesso alla piattaforma aumenta i rischi per le banche che vogliono realizzare operazioni di smobilizzo (anticipazione o sconto) dei crediti certificati. Secondo l’Abi, infatti, sui crediti certificati telematicamente (oggi la sola via disponibile) le banche non possono verificare se quei crediti siano stati oggetto di precedenti operazioni di compensazione o di smobilizzo. Non è escluso, infatti, che un’azienda compensi il suo credito anche successivamente rispetto al momento in cui ha ottenuto la certificazione, il tutto però senza che un intermediario interessato a operazioni di smobilizzo abbia la possibilità di acquisire il dato sulla compensazione con debiti erariali.
Non solo. L’attestazione che arriva su file e non più su carta non evidenzia subito la presenza di eventuali carichi pendenti dell’impresa creditrice. Questi, infatti, vanno a ridurre il valore del credito certificato. Il valore netto del credito può essere noto alla banca con assoluta certezza solo con la piattaforma online.
C’è poi un’ulteriore criticità che prescinde dall’arrivo della piattaforma elettronica: la banca non può assicurarsi in nessun modo, scrive l’Abi, che sul credito che vuole smobilizzare non siano già state effettuate operazioni «da parte di altri intermediari» che ne abbiano già acquisito la titolarità o il mandato all’incasso.
Tutto da chiarire, poi, lo spazio di intervento del Fondo di garanzia per le Pmi. In caso di un’anticipazione di crediti certificati sulla piattaforma realizzata da una banca che non ha accesso a questo canale elettronico il rischio, secondo l’Abi, è che venga meno la copertura del Fondo di garanzia.
Problemi e nodi che l’Abi ha indicato al Tesoro con una lettera del 25 febbraio scorso. E in chiave propositiva l’associazione ha chiesto di valutare l’ipotesi, «nelle more del completamento delle procedure di connessione alla piattaforma», di consentire a chi eroga il credito di poter comunque verificare lo stato di utilizzo di un credito certificato ovvero di poter segnalare sulla piattaforma le operazioni di smobilizzo che si vogliono realizzare.
Necessario, infine, un chiarimento sulla cessione dei crediti derivanti da appalti pubblici. Le semplificazioni procedurali, dice l’Abi, non hanno cancellato la possibilità per la Pa di potersi opporre alla cessione del credito entro il termine dei 45 giorni. Il risultato è quello di un ulteriore allungamento di tempi di attesa da parte delle imprese che chiedono l’erogazione del loro credito per soddisfare le loro esigenze di liquidità.

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