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Ancora in crescita i tassi Usa

La Federal Reserve ha alzato di un quarto di punto i tassi di interesse americani. La forchetta del Fed fund passa tra l’1,25 e l’1,50% dopo il rialzo all’1-1,25% deciso in giugno. Si è dunque realizzata la terza stretta prevista dalla banca centrale Usa per il 2017. Ed è stato anche l’ultimo meeting presieduto da Janet Yellen, che a inizio febbraio cederà il posto al successore Jerome Powell.

Per il 2018 il Fomc, braccio di politica monetaria della Fed, ha previsto altri tre rialzi dei tassi.

La previsione mediana è di tre incrementi, in linea con le stime precedenti, ma solo due nel 2019 e 2020, come già comunicato in settembre.

L’istituto ha parlato di un solido ritmo dell’attività economica, mostrando comunque prudenza per la dinamica ancora debole dell’inflazione. Nell’arco di dodici mesi l’inflazione negli States, attualmente all’1,6%, è diminuita e resta al di sotto del 2%, livello ritenuto ottimale dalle banche centrali per avere un’economia in buona salute. L’istituto centrale resta convinto che l’inflazione resterà «per un po’» sotto il 2% «nel breve termine», per poi stabilizzarsi intorno a quell’obiettivo «nel medio termine». Anche per questo la Fed intende monitorare «attentamente gli sviluppi sull’inflazione», mentre giudica «equilibrati» i rischi di breve termine per l’outlook economico.

Sul fronte della crescita, la banca centrale ha osservato che gli uragani non hanno «alterato materialmente le prospettive per l’economia», e ha aumentato le previsioni per il prossimo anno al 2,5% dal precedente 2,1%.

Per il 2018 è inoltre previsto un tasso di inflazione core all’1,9%, invariato dalla stima precedente, e un tasso di disoccupazione al 3,9% contro il 4,1% di settembre. Per il 2019 sono attesi un aumento del pil del 2,1%, un tasso di disoccupazione al 3,9% e un’inflazione core al 2%.

Una parte del Fomc sembra dunque prendere in considerazione la rivitalizzazione dell’attività economica che potrebbe arrivare con la riforma fiscale del presidente Donald Trump, attualmente in discussione al Congresso. Essa prevede tagli fiscali significativi per le imprese e costerà al governo federale 1,5 trilioni di dollari di entrate in dieci anni.

La decisione di alzare i tassi non è stata presa all’unanimità. Vi sono stati due dissidenti, che avrebbero preferito mantenere il costo del denaro all’1-1,25%: si tratta di Charles Evans e Neel Kashkari, presidenti rispettivamente delle sede regionali della Fed a Chicago e Minneapolis.

Yellen si prepara, dunque, a lasciare la Federal Reserve con un’economia a stelle e strrisce in buona salute: dallo scorso novembre il mercato del lavoro «ha continuato a rafforzarsi e l’attività economica è salita a un ritmo solido». Inoltre «i posti di lavoro creati sono stati solidi e il tasso di disoccupazione è sceso ulteriormente»: il mese scorso era al 4,1%, sui livelli minimi da dicembre 2000.

Giacomo Berbenni

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