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Ancora «blindato» l’85% di Piazza Affari

I patti di sindacato diminuiscono. Gli intrecci azionari si sfoltiscono. La normativa continua ad evolversi sotto molti aspetti. La foresta pietrificata di Piazza Affari, insomma, inizia a cambiare fisionomia. Eppure, a giudicare dai numeri, resta ancora in gran parte pietrificata: nel 1998 le società controllate di diritto o di fatto da un unico azionista o da un patto di sindacato erano 183 sulle 216 quotate, mentre oggi (i dati si fermano a giugno) sono 211 su 247. Cioè l’85% del totale. Le public company vere erano 10 allora, sono 11 oggi. Cioè il 4,4%.
Questo, al di là dei progressi degli ultimi tempi, lascia inalterato in Italia il problema dei problemi: quello dei conflitti d’interesse. Pochi azionisti decidevano il destino delle aziende quotate 15 anni fa, pochi azionisti decidono il destino delle aziende quotate oggi. Sta un po’ cambiando la forma, certo, ma non ancora la sostanza. Se la Borsa non cresce, se fatica ad attirare capitali è anche per questo. Se l’Italia intera arranca, è anche per questo.
I conflitti d’interessi
I numeri diramati ieri dalla Consob fanno riflettere. In 15 anni sono “diminuite” le società controllate da un unico azionista con una quota superiore al 50% (erano 122 nel 1998, sono 121 nel giugno 2013) passando dal 56% del totale al 49%, ma sono aumentate quelle su cui pochi soci detengono un controllo di fatto (dal 28% al 36% del totale). Questo ha certamente ridotto un po’ la “presa” dei soci forti, ma non più di tanto. Il paradosso è che le società “blindate” aumentano anche nel resto del mondo, ma questo resta il tratto distintivo di Piazza Affari.
Le conseguenze di questa concentrazione di potere sono ovvie: i grandi soci tendono a trattare le società quotate (e dunque d’interesse pubblico) come se fossero cosa loro. Lo si vede per esempio nella grande disinvoltura con cui le aziende quotate a Piazza Affari chiudono operazioni con parti correlate: cioè le affari (industriali o finanziari) realizzati con i grandi azionisti o con i manager. La memoria non può che andare a Fonsai, agli innumerevoli affari immobiliari e alle tante consulenze assegnate dalla compagnia assicurativa alla famiglia Ligresti.
Ma sono i numeri, raccolti dalla Consob, a mostrare che il fenomeno è rilevante in tutta la Borsa: dal 2011 sono state auto-denunciate dalle società quotate a Piazza Affari quasi 200 operazioni con parti correlate. Non poche per 247 società. E queste sono le più grandi, perché nel radar della Consob vengono rilevate solo quelle che raggiungono almeno il 5% del valore delle società. Se si sommassero anche i piccoli affarucci tra parti correlate, il numero salirebbe in maniera rilevante. Bene inteso: le operazioni in conflitto d’interessi non sono per forza negative per le aziende e per i piccoli azionisti. Ma in questo oceano di conflitti d’interessi, nessuno può assicurarlo.
La blindatura delle aziende, e il conseguente conflitto d’interessi, produce anche un altro effetto. Le società italiane sono note per pagare profumatamente i propri manager (espressione degli azionisti di controllo), anche quando le performance aziendali e borsistiche lasciano a desiderare. Anche qui, sono i numeri a dirlo. Una recente indagine di Ecgs dimostra che i manger italiani sono i quinti più pagati in Europa. E, secondo i calcoli recenti del Sole 24 Ore, i 100 top manager più ricchi di Piazza Affari hanno guadagnato 402 milioni di euro nel 2012, cioè 50 milioni in più del 2011 e 100 in più del 2010.
I passi avanti
Eppure qualcosa sta cambiando. Negli ultimi mesi molti patti di sindacato, per varie ragioni, si sono sciolti. Da Sorin (ieri) a Rcs, da Pirelli a Gemina. Questo, come si vede nella grafica a fianco, ha notevolmente ridotto l’intreccio delle partecipazioni incrociate nel cosiddetto “salotto buono”. Per di più molte normative sono cambiate, per aumentare la trasparenza a Piazza Affari: per esempio è del 2010 il Regolamento Consob sulle operazioni con parti correlate. Ed è recente anche la normativa sul «say on pay», che assegna un maggiore ruolo all’assemblea degli azionisti sulla paga dei manager.
Eppure nella sostanza i cambiamenti sono ancora minimi. Nel caso del «say on pay», nelle ultime assemblee solo il 5% degli azionisti si è espresso contro i super-stipendi: segno che le assemblee dei soci sono tutt’ora appannaggio di pochi azionisti. Nel caso delle parti correlate, come si vede dai numeri, le operazioni continuano a fioccare. «Quello che è cambiato – osserva Marcello Bianchi, capo della divisione corporate governance della Consob – è che questi comportamenti stanno emergendo. Ora questi problemi possono essere evidenziati e valutati, così la Consob può intervenire». La trasparenza è il primo passo. Ma per smontare la foresta pietrificata, servono ancora molti passi avanti.

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