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Anche Spagna e Francia sotto tiro

di Maximilian Cellino

Ci si aspettava una reazione probabilmente differente dei mercati agli eventi del finesettimana che hanno portato in Italia al conferimento in tempi da primato dell'incarico di Governo a Mario Monti. Ma la tregua sui listini è durata soltanto poche ore, giusto il tempo di capire che la strada verso la stabilità dell'euro è ancora terribilmente in salita e che gli strumenti per raggiungere l'obiettivo non convincono.

Un merito indiscutibile, però, i passi compiuti verso una rapida soluzione della crisi politica italiana l'hanno avuto: quello di allontanare almeno per il momento l'epicentro delle pressioni dal nostro Paese, per spostarlo di nuovo nel bel mezzo dell'Europa. È fuori di ogni dubbio, infatti, che l'Italia abbia ancora una volta pagato ieri un dazio importante alla questione del debito pubblico, visto che lo spread dei BTp nei confronti del bund tedesco è tornato ad allargarsi di 30 punti base terminando a quota 492 rispetto ai 462 di venerdì.

Ma è altrettanto vero che il resto del Vecchio Continente non può certo sorridere e anzi si è trovato ieri a soffrire, almeno in termini relativi, ancora di più: per Spagna (429 punti base), Belgio (276), Austria (157) e persino per gli «affidabili» Finlandia (59) e Paesi Bassi (54) il differenziale nei confronti della Germania ha raggiunto un massimo storico da quando l'euro è diventato la moneta di tutti. Per la Francia (162) lo spread è rimasto appena sotto il record, che era stato raggiunto la settimana scorsa con il giallo del declassamento del rating Tripla A ad opera di Standard & Poor's.

Una volta avviata verso una possibile (anche se per il momento non necessariamente vicina) soluzione la questione italiana, il mercato si è insomma concentrato sul problema Europa nel suo complesso e sulle incertezze che circondano il futuro dello stesso meccanismo di salvataggio dei Paesi. Non è un caso, infatti, se ieri hanno raggiunto i massimi anche i differenziali di rendimento (170 punti base sul bund) dei titoli emessi dall'European Financial Stability Facility (Efsf), il fondo salva-Stati che una settimana prima aveva fatto enorme fatica a piazzare sul mercato un decennale da 3 miliardi di euro.

Senza l'apporto di questo strumento (e senza la necessaria chiarezza sul modo in cui si arriverà a moltiplicare la sua potenza di fuoco rispetto agli attuali 440 miliardi in modo da permettere il salvataggio di stati grandi come Italia e Spagna) gran parte delle speranze di risolvere o quantomeno tamponare con efficacia la crisi del debito si affievoliscono. La stessa Moody's, in un report pubblicato ieri, ha sottolineato come il flop dell'emissione della scorsa settimana «sollevi la questione sulla possibilità dell'Efsf di finanziarsi sui mercati a basso costo» e metta quindi in dubbio la capacità del fondo di «stabilizzare i prezzi del debito sovrano» e il successo stesso del meccanismo di sostegno.

Esisterebbe in alternativa la soluzione dei riacquisti di titoli di Stato sul mercato secondario da parte della Banca centrale europea (Bce), un'arma che da più parti si chiede con insistenza di potenziare (l'Eurotower ha finora rastrellato bond per 187 miliardi, soltanto 4,5 miliardi l'ultima settimana). Ma pure su questo fronte ieri si è dovuta registrare una pesante battuta d'arresto quando il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha ribadito che Francoforte «non può e non deve risolvere i problemi di solvibilità degli Stati e delle banche». Il mercato ha preso atto dell'ennesimo rifiuto della Germania a rendere la Bce «compratore di ultima istanza» e a emulare così Usa, Giappone, Gran Bretagna e Svizzera nello «stampare moneta» per finanziare il debito. E ha ricominciato a vendere l'intera Europa, non la sola Italia.

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