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Anche la Cina rischia il collasso

 di Giorgio Ponziano 

Imprenditori atterriti, in platea. Parla l'economista francese Jacques Attali, uno dei padri dell'euro, consulente del presidente Nicolas Sarkozy. L'analisi è spietata: «Tutto il mondo è sull'orlo del burrone e non ci si rende conto che è un problema di tutti.

Certo l'Europa ha una massa di debito pubblico preoccupante, ma gli Stati Uniti hanno un rapporto debito pubblico/pil più grave di quanto lo era nella grande depressione e pure la Cina è indebitata in modo pericoloso». Già la Cina. «Nessuno ne parla», afferma, «ma l'indebitamento cinese è il 7 % del suo pil e quindi la bancarotta potrebbe avvenire anche lì e vi lascio immaginare il trauma mondiale che provocherebbe».

Il fatto è che tutti hanno stampato moneta per cercare di uscire dalla crisi, senza considerare le conseguenze di tanta liquidità senza copertura introdotta sul mercato». Inoltre: «la globalizzazione della finanza richiede la globalizzazione delle regole altrimenti non saranno superate in modo stabile le crisi dell'era della globalizzazione». Un disastro generalizzato è alle porte. L'unica ricetta per salvarsi è mettere il debito sotto controllo ma nessuno ci riesce e men che meno l'Europa.

«Una moneta comune», dice Jacques Attali, «non può sopravvivere senza leggi e regole comuni, vi immaginate il dollaro se ogni Stato americano facesse da sé ? La moneta comune necessita di una politica comune: è l'unico modo che ha l'Europa per uscire dalla crisi e salvare l'euro.

E poi è inutile continuare a sperare nell'euro senza un budget federale». Non c'è tempo da perdere: «mancano tre mesi al decesso dell'euro- sostiene l'economista francese- se non vengono somministrate medicine appropriate».

L'agonia pre-morte è così delineata: il fallimento della Grecia, poi del Portogallo e dell'Italia, quindi della Francia. Ce n'è abbastanza per fare venire la pelle d'oca. La platea è quella degli imprenditori della ceramica, Attali è stato chiamato a inaugurare il Cersaie, il salone del settore organizzato da Confindustria-ceramica, che aveva cercato, alla vigilia, di puntare su un moderato ottimismo: + 3,5 % di valore nel primo semestre dell'anno, export in leggera crescita nei maggiori Paesi europei. Tutto cancellato dal pessimismo di Jacques Attali, che parla con serafica franchezza anche dell'Italia: «Avete bisogno di una cura forte e immediata, dovete aumentare le tasse, riformare le pensioni, intervenire sul mercato del lavoro, sull'università, sull'innovazione. Non è più tempo di attendismi o di interventi soft, il rimedio dev'essere energico, i conti debbono tornare sotto controllo, dovete intraprendere la strada del risanamento, della credibilità e quindi dello sviluppo. I mercati vi stanno bastonando perché avete carenze di leggi, deficit di buona gestione, non avete credibilità sulle riforme, siete un Paese ricco con uno Stato povero, la ricchezza privata italiana è 8 volte il pil italiano (la media europea è 6). Basterebbe una tassa dell'1% su questa ricchezza per 10 anni e vi sbarazzereste del debito pubblico». Una lezione con al centro una domanda, che il professore scandisce: «L'Italia è una delle grandi domande aperte, cosa farete, dove andrete ?». Il crack dell'Italia – dice- coinvolgerà la Francia (la cui situazione non è poi tanto migliore di quella dell'Italia) e segnerà la fine dell'euro, ma la fine dell'euro farà scomparire il mercato comune, senza mercato comune non ci sarà la dimensione per competere nella globalizzazione, quindi si profila un dramma. Jecques Attali butta lì anche una proposta choc: si potrebbe introdurre una tassa europea per incominciare a dare unità alle politiche economiche della zona euro. Meglio una tassa che gli eurobond? Su quest'ultima ipotesi egli è cauto e si limita ad affermare che il pendolo può pendere verso il no, perché si potrebbe trasformare in un ulteriore incentivo al debito e quindi rendere nel breve periodo meno stringente risolvere i problemi per poi ritrovarseli moltiplicati a medio termine, oppure pendere verso il sì, se il denaro raccolto fosse utilizzato esclusivamente per promuovere gli investimenti, la ricerca, l'innovazione.

Un'analisi durissima: la crisi non è ancora arrivata, forse, al punto più alto, in Europa mancano leader all'altezza della situazione, Usa e Cina sono nel pantano come tutti e quindi non saranno certo la locomotiva della ripresa, anzi la Cina potrebbe rivelarsi un gigante dai piedi d'argilla. Quanto all'Italia, rischia di essere la bomba che farà saltare l'euro.

Poi, come nei film di cassetta, osservando gli ascoltatori rabbuiati, Jacques Attalì propone una conclusione con un filo di speranza: «il destino è nelle nostre mani». Ma non basta a risollevare il morale di una platea su cui è piovuta un'ora di lucida, precisa, documentata analisi dei mali dell'economia: una mitragliata dal «si salvi chi può».

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