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Anche il Montepaschi ha il suo «fondo sovrano»

Ma il Montepaschi è ancora il grande malato d’Italia? A contare le domande arrivate al ceo Fabrizio Viola all’incontro a Londra con gli investitori organizzato da Morgan Stanley giovedì 17 marzo, si direbbe «non più». Al meeting non era Mps l’oggetto più misterioso del sistema bancario italiano. E questo sia perché ci sono problemi più immediati (come gli aumenti di capitale di PopVicenza e Veneto Banca) sia perché, seppur per via traverse, l’istituto senese sembra sia trovando un suo assetto minimale.

Istruzioni

La via traversa è la crescita del Tesoro dal 4% al 7% del capitale grazie alle nuove azioni da emettere per pagare la cedola sul miliardo di Monti Bond rimasti in vita per i primi sei mesi del 2015 (il debito è stato poi estinto grazie all’aumento di capitale da 3 miliardi). Il pagamento della cedola non in contanti ma con azioni è considerato a Siena un dato di fatto: le istruzioni della Bce vietano di distribuire utili o remunerare titoli che contano nel capitale come i Monti Bond. Con l’innesto di capitale, a luglio il Tesoro diventerà il primo azionista di Rocca Salimbeni, seguito dai soci italiani Alessandro Falciai (all’1,84%) e Fondazione Mps (1,5%). Accanto a loro ci sono i messicani di Fintech (4,5%) e lo storico partner francese Axa (3,17%). L’eterogenesi dei fini ha portato alla creazione di uno zoccolo duro di soci tenuti insieme dalle forti perdite: solo da inizio anno Mps è crollato del 40%. In una situazione normale la presenza dello Stato in una banca sarebbe un elemento negativo, ma in questa situazione di incertezza a Siena la partecipazione del Tesoro — che pure non è ufficialmente di lungo periodo — viene vista con favore: di fatto è come avere tra i soci un fondo sovrano, spiegano, almeno finché non si troverà una soluzione strategica per Mps, ovvero un partner con cui accasare l’istituto. Ma non è facile.

Indiscrezioni

Le indiscrezioni su un interesse della Cassa depositi e prestiti, dietro spinta di Palazzo Chigi, hanno fatto storcere il naso a un big del sistema come il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, che come leader del mondo delle fondazioni ha voce anche dentro Cdp. Anche il presidente della Fondazione Mps, Marcello Clarich, l’ha di fatto bocciata: «Mi sembra un’operazione, che immagino sia sul tavolo dei responsabili, non la più semplice e ovvia». La chiamata in causa della Cdp sembra sia avvenuta nell’ambito dell’ipotesi di una soluzione di sistema più ampia — una sorta di veicolo che potesse coagulare altri investitori — che potesse coinvolgere più istituti oltre a Mps, anche se non ci sarebbero progetti concreti allo studio. Anche la Bce sembra aver allentato la mano su Siena. La vigilanza è sempre attenta ma non asfissiante. Gli uomini di Francoforte hanno presenziato di recente al consiglio di amministrazione della banca senza porre rilievi. Anche il monitoraggio sulla liquidità è costante ma non oppressivo: non giornaliero, come succede ad altri istituti (tipo Carige) ma settimanale.

Raccolte

Siena dal canto suo sta lavorando parecchio su quel fronte: come indicato nel bilancio, a gennaio c’è stata una «reazione emotiva» dopo il salvataggio di Banca Etruria, Banca Marche, Cr Ferrara, Cr Chieti «che ha influito negativamente sulla dinamica dei volumi di raccolta». Mps ha retto anche perché partiva da un livello alto di liquidità, 24 miliardi. Le fuoriuscite, registrate soprattutto sulla parte corporate e istituzionale, starebbero rientrando, mentre il retail non avrebbe sofferto. Resta il fatto che il deflusso di capitali sarebbe arrivato a circa 5 miliardi. Ma è stato uno stress test «sul campo» al quale Mps ha resistito. Adesso la situazione è in miglioramento grazie anche alle misure espansive della Bce. I tassi negativi offerti (fino a -0,40%) garantiscono funding e consentirebbero di aumentare i margini: gli impieghi di Mps validi per accedere ai prestiti «Tltro 2» sono circa 25 miliardi (considerati anche gli attuali Tltro). Tuttavia ci sono dubbi: gli analisti di Credit Suisse ritengono che potrebbe partire tra le banche una competizione sui tassi ai clienti che ridurrà i margini di interesse. La situazione di Mps non è naturalmente rosea: la banca resta esposta al problema della scarsa redditività anche perché continua ad avere 24 miliardi di crediti deteriorati (Npl) con 9 miliardi di sofferenze nette a fronte di 10 miliardi circa di patrimonio. Anche per questo oggi la capitalizzazione è di circa 1,7 miliardi.

Trattative

Sono in corso contatti con vari investitori interessati a rilevare la piattaforma di gestione degli Npl. L’interesse c’è, anche se l’operazione non è semplice. Le offerte vincolanti sono attese prima dell’estate. Il vantaggio per Mps sarebbe su più fronti: si libererebbe di parte dei dipendenti e di una fetta di sofferenze — grazie anche all’intervento della garanzia di Stato (Gacs) —, avrebbe una struttura dedicata e dunque più efficiente nel recupero dei crediti e incamererebbe anche un guadagno dalla cessione dell’asset. Le stime arrivano fino a 500 milioni ma Mps potrebbe scegliere di ottenere subito di meno anche per non privarsi del flusso di commissioni future. Il goodwill , nelle intenzioni del ceo Fabrizio Viola, potrebbe essere impiegato per andare oltre la programmata riduzione di 5,5 miliardi di Npl entro il 2018.

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