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Anche i committenti pagano

In tema di appalto è, di regola, l’appaltatore a dover rispondere dei danni cagionati a terzi durante l’esecuzione del contratto, attesa l’autonomia con cui egli svolge la sua attività nell’esecuzione dell’opera o del servizio appaltato. La responsabilità in solido del committente, invece, sussiste nei soli casi in cui il fatto lesivo sia stato commesso dall’appaltatore in esecuzione di un ordine impartitogli o per aver affidato i lavori a un soggetto privo delle necessarie capacità tecniche.

Lo ha stabilito la terza sezione civile della Corte di Cassazione con la sentenza n. 3967, del 19 febbraio 2014.

Nel caso concreto un quattordicenne, recatosi in parrocchia per qualche ora di gioco, si è seduto su una catena che univa alcuni pilastri. Uno di questi, in seguito alla pressione esercitata sulla catena, è ceduto rovinando contro il giovane, così cagionandogli significativi danni permanenti. Il padre ha, dunque, proposto azione risarcitoria innanzi al giudice civile, convenendo in giudizio la parrocchia, il Comune e la ditta responsabile della realizzazione dei pilastro.

All’esito del giudizio di primo grado il Tribunale ha condannato in solido tutte le parti convenute, senza distinzione alcuna, salvo attribuire il 20% della responsabilità dell’incidente alla condotta del minore.

La sentenza è stata appellata da tutte le parti in causa innanzi alla Corte d’appello. I giudici di secondo grado, nell’apprezzare lo scrutinio del giudice di prime cure, hanno vieppiù confermato la decisione gravata riformandola solamente sotto il profilo del quantum risarcitorio. A nulla sono valse le difese del Comune tese a rimarcare la propria estraneità alla vicenda, quale semplice committente dell’appalto, realizzato in totale autonomia, dalla ditta di costruzioni. Invero secondo la Corte territoriale la responsabilità dell’Ente pubblico sarebbe discesa dalla negligente verifica in ordine alla conformità e alla sicurezza dell’opera appaltata: più precisamente, si è osservato come, sebbene non vi fossero dubbi tanto sulla cattiva fattura dell’opera quanto sull’assenza di errori di progettazione, permanevano ciò nonostante profili di rimproverabilità nei confronti del Comune per via del mancato assolvimento, da parte sua, dell’onere di appurare, in corso d’opera e a lavoro concluso, il grado di sicurezza dell’opera realizzata.

La lite non poteva che finire all’attenzione dei giudici di legittimità. Tra vari ricorsi e motivi di censura, la questione che più rileva è senz’altro quella relativa ai profili di responsabilità dell’Ente pubblico per i danni occasionati a terzi dall’opera appaltata riconducibili alla cattiva esecuzione dei lavori da parte della ditta aggiudicataria.

Ebbene, nell’affrontare la delicata vicenda, i giudici capitolini hanno osservato come, in tema di appalto, sia l’appaltatore, in genere, colui che risponde dei danni provocati a terzi (ed eventualmente anche dell’inosservanza della legge penale durante l’esecuzione del contratto), e tanto in virtù dell’autonomia con cui egli svolge la sua attività nell’esecuzione dell’opera o del servizio appaltato. L’appaltatore, con propria organizzandone dei mezzi necessari, cura le modalità esecutive, e si obbliga a fornire al committente, in modo esatto, l’opera o il servizio pattuito in sede negoziale. Di contro sul committente grava l’obbligo di porre in essere il dovuto controllo sull’opera che, tuttavia, è da relegarsi all’accertamento e alla verifica della corrispondenza dell’opera o del servizio affidato all’appaltatore rispetto a quanto costituisce oggetto del contratto. Ne deriva sotto il profilo patologico di interesse, che una responsabilità del committente nei riguardi dei terzi può dirsi sussistente nei soli limiti in cui appaia dimostrato che il fatto lesivo sia stato commesso dall’appaltatore in esecuzione di un ordine impartitogli dal direttore dei lavori o da altro rappresentante del committente stesso ovvero quando sia configurabile, in capo al committente, una culpa in eligendo, cioè per aver affidato il lavoro a un’impresa priva delle capacità tecniche necessarie.

La Corte mostra, ancora una volta, di aderire all’orientamento giurisprudenziale che, nel perimetrare i confini delle responsabilità tra committente e appaltatore si affida al criterio discretivo fondato sulla presenza o meno di direttive chiare e precise del committente in esecuzione delle quali è derivato il danno, pervenendo all’esito assolutorio del committente ogni qualvolta quest’ultimo abbia assunto il ruolo di nudus minister a fronte della totale autonomia organizzativa ed esecutiva dell’appaltatore.

Ebbene, riversando le coordinate interpretative come sopra ricapitolate al caso concreto, e tenuto conto che il sinistro si era verificato nella vigenza della normativa che, per appalti di importo inferiore ai 150 milioni di lire, ammetteva la semplice produzione del certificato di corretta esecuzione dell’opera anziché la verifica di collaudo, la Corte di cassazione ha mandato indenne dalla condanna il Comune, conseguentemente attribuendo l’intera responsabilità dell’incidente alla ditta di costruzioni, avendo agito quest’ultima in totale autonomia e non essendo stati riscontrati errori progettuali commessi dai tecnici dell’Ente.

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