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Anche Google si piega pagherà 306 milioni di tasse e nel mirino finisce Airbnb

Dopo Apple, anche Google. Il gigante delle ricerche online dovrà pagare al fisco italiano 306 milioni di tasse evase, regolarizzando così sette annualità, dal 2009 al 2015 e chiudendo un contenzioso del 2002. Molto sopra i 130 milioni di sterline imposti dal Regno Unito l’anno passato – il primo paese a colpire Mountain View – e relative a un decennio di evasione. E qualcosa meno dei 318 milioni già versati da Apple all’Italia due anni fa.
«Un’operazione straordinaria, per l’ingente valore delle somme riportate nelle casse dello Stato e soprattutto per i risultati che verranno», esulta Rossella Orlandi, direttore dell’Agenzia delle Entrate. Ma anche un metodo da replicare, suggerisce. Quello di un accordo preventivo ad hoc con tutti i colossi di Internet: la via italiana alla web tax. Ipotesi che non dispiace al ministro dell’Economia Padoan, «disponibile a riflettere su quanto si può fare intanto a livello nazionale », prima che si trovi la quadra globale. Il tema sarà anche nel menù del G7 dei ministri finanziari della prossima settimana a Bari.
Nel frattempo l’occhio del fisco si è posato su altri campioni digitali, usi a pagare tasse irrisorie a fronte di fatturati miliardari girati alle più convenienti piazze fiscali di Irlanda e Lussemburgo. Amazon, Facebook, ma anche Airbnb, la regina degli affitti online che nel 2015 (ultimo bilancio depositato) ha dichiarato imposte per 45.775 euro, come un professionista di medio livello, su incassi sconosciuti ma di sicuro milionari (gli 83 mila host registrati nel 2015 hanno guadagnato 200 milioni di euro e su questa cifra Airbnb trattiene tra il 9 e il 15%).
«Aver fatto l’accordo non significa che concordiamo con i risultati dell’Agenzia delle entrate, ma che abbiamo deciso di evitare controversie», dice un portavoce di Google. L’azienda specifica poi che «oltre 303 milioni» di nuove tasse «sono attribuiti a Google Italia», e «meno di 3 milioni a Google Ireland». Questo basterebbe a spiegare, per i dirigenti del motore di ricerca, che «la stabile organizzazione rappresenta solo una componente molto piccola dell’accordo, la parte prevalente si riferisce al transfer pricing ». Ovvero il meccanismo elusivo per cui Google&sorelle vendono beni o servizi in Italia, ma fatturano in paesi fiscalmente amici, come Dublino.
L’Agenzia delle entrate non conferma quanta parte delle tasse sarà dovuta da Google Irlanda e quale da Google Italia (c’è un vincolo di riservatezza sull’accordo appena chiuso). Ma conta molto sul secondo tempo dell’accordo stesso, il
tax ruling o Apa ( Advance pricing agreement). Quando cioè si parlerà di futuro, ovvero di quante tasse Google dovrà pagare di qui in avanti, in modo strutturale. E in quel contesto stabilire se l’azienda fondata da Brin e Page ha o meno una “stabile organizzazione” in Italia farà la differenza. Concetto vischioso quando si tratta di servizi digitali. «Strategia di lungo periodo», la chiama la Orlandi. «E Google si è impegnata ad attivare questa procedura».

Valentina Conte

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