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«Anche ai governi tecnici serve il consenso»

Un nuovo arrivo sulla poltrona di palazzo Chigi di un esponente della società civile, piuttosto che espressione dei partiti e della politica, evoca da noi grandi discussioni sul ruolo dei tecnici. E del resto basta guardare alla recente storia d’Italia per intravedere una sorta di ricorso storico che a sua volta non può che chiamare analogie tra il Mario Draghi di oggi, il Carlo Azeglio Ciampi degli anni Novanta e il Mario Monti degli anni Dieci. Ma quanto questi precedenti sono utili per cercare di prevedere il cammino di Draghi? E soprattutto quali rapporti hanno saputo stabilire nel tempo i governi tecnici con la società? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe De Rita, il fondatore del Censis, sempre molto attento a monitorare ed analizzare gli slittamenti delle relazioni tra politica e società.

Iniziamo da Ciampi, il caso di governo tecnico con la migliore reputazione sia tra gli addetti ai lavori sia a livello popolare.

«Sicuramente. Ciampi però non sarebbe stato come lo ricordiamo senza l’aiuto di Amato. E stato il precedente governo presieduto da Giuliano, spesso ricordato solo per il prelievo forzoso sui conti correnti, a invertire il ciclo politico grazie alla riforma della spesa e delle banche e alla preparazione del terreno per la concertazione. Ciampi ha ereditato questi dossier predisposti da una figura abituata da sempre a bordeggiare tra cultura tecnica e cultura politica».

Sta parlando di una figura isolata o di un ceto?

«È una cultura che in Italia nasce addirittura da Beneduce e che poi troverà epigoni in Pasquale Saraceno, Raffaele Mattioli e Donato Menichella. Successivamente è arrivata la nostra generazione, quella mia e di Amato, in fondo siamo sempre stati animali che sapevano annusare la politica e lavorare nel tecnico. Ufficiali di collegamento che sono decisivi per assicurare il successo dei governi cosiddetti tecnici. Se mancano è un dramma. Torno alla concertazione, fu preparata da un lungo lavorìo con Gino Giugni, Luigi Abete, Amato e il Cnel che allora presiedevo. Ma anche la legge sulle fondazioni bancarie fu predisposta da Armando Sarti e Giuseppe Guzzetti che giravano per le commissioni parlamentari per favorirne l’iter».

Ma il governo Ciampi non è stato solo questo, ha saputo anche produrre una comunicazione “calda” con i cittadini.

«Certo. Nei vari incarichi istituzionali che Ciampi ha ricoperto è stato bravo ad abbinare le soluzioni amministrative che via via gli è capitato di prendere con la buona retorica dell’inno, della bandiera, della Patria. Possiamo dire che il suo carattere livornese lo ha salvato dall’essere un tecnocrate».

Non ricorda quindi quell’esperienza come quella di un uomo solo al comando?

«Tutt’altro. Penso a figure come Beniamino Andreatta che forse avevano ancora di più la coscienza delle proprie qualità intellettuali e che seppero però mettersi a fare politica».

Dalle sue parole sembra che successivamente quei centauri non si siano più trovati.

«Succede che quell’establishment di confine, centauri metà tecnici metà politici, venga meno. E quando arriva il governo di Mario Monti se ne sente la mancanza. Lui chiama con sé alcune tra le migliori intelligenze dell’accademia, ma senza riuscire a raccordare cultura tecnica e dialettica sociale del Paese. Prendiamo Elsa Fornero, la migliore studiosa nel campo della previdenza. O prendiamo Piero Giarda, un conoscitore attentissimo del bilancio pubblico e della spending review. Che hanno fatto? Sono rimasti rigidamente fedeli ai loro principi e si sono battuti per attuarli senza però riuscire a misurarsi con il tema del consenso».

Messa così sembra che dovessero abiurare.

«Non è così. Quando parlo di centauri penso a figure come Giorgio Ruffolo, che non ha mai confuso il consenso con l’ossequio a determinati interessi. Persino Paolo Sylos Labini, il più radicale di tutti, sapeva poi come gestire i passaggi di mediazione. Al governo Monti mancò questa cultura di collegamento. E non è un caso che poi da scelte pure giuste, ma gestite solo in chiave tecnocratica, siamo passati a subire provvedimenti di segno opposto come quota 100».

Giuseppe Conte lo considera un centauro?

«Conte ha scelto per sé la via della mediazione continuata tra le diverse posizioni, ma è rimasto un puro mediatore, senza un’idea dell’economia italiana o dei nostri problemi con la Ue. Gli manca la cultura tecnica. Mi raccontano che anche nella vita universitaria, nei consigli di facoltà, facesse sempre il mediatore. In politica questo gli è riuscito fino a un certo punto, poi non più».

Nella nostra ricostruzione abbiamo dimenticato il governo di Lamberto Dini di metà degli anni Novanta.

«Non credo che possa essere assimilato alle esperienze di cui abbiamo parlato. Fu un’operazione prevalentemente tattica e con obiettivi modesti».

Arriviamo a Mario Draghi e ai giorni nostri.

«Devo dire che la sottolineatura continua di un suo carattere antropologico differente non lo aiuta. Si introduce un personaggio che non ha bisogno e interesse a mediare. Guai a creare la figura di un premier che sa tutto, capisce tutto e non ha bisogno di parlare con nessuno. È Draghi, non un drago. Il giorno per giorno dell’attività di governo è faticoso, il successo sta nel saper mediare ma non al ribasso. Insomma, i margini per segnalare la differenza con Conte ci sono senza eccedere in senso opposto, nell’autosufficienza».

Però, se guardiamo alla più recente esperienza da presidente della Bce, Draghi ha saputo mediare e convivere con i tedeschi sempre pronti a prendere le distanze, a tenerlo nel mirino.

«Per carità, si figuri se sottovaluto tutto ciò, ma stiamo parlando di un piano diverso. Per contenere l’urto della Bundesbank sono necessarie grandi qualità tecniche e politiche, ma è altra cosa rispetto alla politica italiana, quello della finanza internazionale è un terreno diverso, che presenta altre insidie, ma non le stesse. Una cosa sono i contrasti sulle politiche del quantitative easing della Bce, altro è avere a che fare con la gente che va in piazza per andare a cena solo perché è stanca delle restrizioni. Dovrà mediare con mondi che non conosce, come Ciampi fece al tempo della concertazione».

Lei passa come un continuista, non si è preoccupato più di tanto dell’onda populista scommettendo che sarebbe stata riassorbita dai caratteri di fondo della società italiana, poco incline alle rivoluzioni.

«Potrei dire allora che ho avuto ragione, l’onda della discontinuità mi sembra fare meno presa di prima. I cambiamenti repentini cominciano prima di Grillo nella politica italiana e risalgo a Tangentopoli e Berlusconi. L’apoteosi è stato il primo governo Conte con Di Maio e Salvini insieme al governo in nome della discontinuità. Oggi vedo la voglia di tornare a fare accordi, è il valore di una vita quotidiana normale che prevale nel sentimento popolare».

E Draghi che cosa dovrebbe fare?

«Deve far sponda a questa ritrovata voglia di normalità, il suo retroterra è quello. Deve alzare le antenne e saperla interpretare perciò dico che la creazione dell’immagine di un Draghi astrale non lo aiuta. Non vogliamo un premier estraneo a noi tutti, vogliamo una guida politica che abbia l’orgoglio della competenza, ma che sappia anche mettere fino a un ciclo scomposto e inconcludente. La maggioranza silenziosa la pensa così».

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