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Anatocismo bancario sotto scacco

di Antonio Ciccia

Salve le cause contro l'anatocismo bancario: la prescrizione del diritto del correntista a contestare l'addebito di interessi su interessi comincia a decorrere dalla data di chiusura del conto e non dalla data in cui viene annotato l'addebito degli interessi. È quanto ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 78, depositata il 5 aprile 2012 (redattore Alessandro Criscuolo).

La Consulta ha, infatti, dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 2, comma 61, del dl n. 225 del 2010 (detto Milleproroghe), convertito, con modificazioni, dalla legge n. 10 del 2011. Viene bocciato sia il primo periodo, in cui si disponeva retroattivamente il nuovo calcolo della prescrizione dalla data di addebito (con l'effetto di azzerare tutti i processi pendenti iniziati trascorsi dieci anni dall'addebito); e viene bocciato anche il secondo periodo che manteneva fermi le restituzioni già fatte dalle banche. Ma riepiloghiamo la questione. Il decreto 225/2010 ha prescritto che «in ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l'articolo 2935 del codice civile si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall'annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell'annotazione stessa». In sostanza era stato ristretto il termine di prescrizione per il correntista che voleva fare causa per ottenere la restituzione degli interessi anatocistici: il termine è sempre di dieci anni, ma si contava a partire dall'addebito in conto degli interessi (versione decreto Milleproroghe) e non più dalla successiva chiusura del conto (tesi della Cassazione). La norma introdotta, in quanto interpretativa, era retroattiva e si applicava anche ai giudizi in corso, con la conseguenza che molti correntisti rischiavano di perdere le cause e di non avere nulla. La norma, bocciata ora dalla Consulta, smentiva l'orientamento della Cassazione, che conteggiava la prescrizione dalla chiusura del conto e su questo orientamento hanno fatto affidamento i consumatori e le loro associazioni. In sede di conversione si era aggiunto che in ogni caso non si faceva luogo alla restituzione di importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge. E una nota dei lavori preparatori ha spiegato che la prescrizione dei diritti nascenti nel caso di anatocismo non comportava la restituzione di importi già versati. Quindi se le banche avessero già versato somme al correntista che ha contestato l'anatocismo dopo che è scaduto il termine di prescrizione (da calcolarsi con il nuovo metodo filo-banche imposto dal Milleproroghe) per lo meno quel correntista non avrebbe dovuto restituire soldi alle banche. In sostanza, il correntista che aveva già avuto la restituzione non era obbligato a ridarli alla banca per effetto della sopravvenuta disposizione sulla prescrizione, mentre chi non aveva avuto nulla, se il suo diritto risultava prescritto in base alla norma del Milleproroghe, non avrebbe dovuto ottenere nulla. Queste disposizioni non esistono più e, in sostanza, si è tornati alla interpretazione della Cassazione. Vediamo perché la Consulta ha bocciato la norma. In primo la disposizione è risultata irragionevole, contrastante con l'orientamento maggioritario della giurisprudenza, quasi unanime nell'individuare nella chiusura del rapporto contrattuale (o nel pagamento solutorio, cioè con effetto di saldare il conto) il termine iniziale del decorso del termine di prescrizione.

In secondo luogo non c'era alcun bisogno di una norma interpretativa considerato che non c'era alcuna incertezza interpretativa.

Non si è trattato quindi di una norma di interpretazione autentica, ma di una disposizione innovativa.

E anche contrastante con il principio di uguaglianza. La disposizione, infine, rischiava di pregiudicare la posizione giuridica dei correntisti che, nel contesto anteriore all'entrata in vigore della norma incostituzionale abbiano iniziato la causa nella legittima convinzione di essere ancora in tempo.

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