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Anatocismo bancario, sfida aperta

di Antonio Ciccia  

Ping pong sull'anatocismo bancario. Il decreto milleproroghe lancia un salvagente alle banche, ma i giudici remano contro e danno una chance ai correntisti. Nell'occhio del ciclone ci stanno proprio questi ultimi, che pensavano di essere a un passo dalla meta, dopo che la Cassazione aveva riconosciuto un termine lungo per chiedere la restituzione degli interessi sugli interessi illegittimamente incassati dagli istituti di credito.

Ricacciati indietro dal parlamento, che ha deciso di accorciare il termine, sbarrando la strada anche a chi ha una causa già in piedi, i correntisti hanno due opzioni: una sentenza della corte costituzionale che bocci il Milleproroghe oppure le sentenze dei giudici, che, sfruttando alcune imperfezioni del testo del decreto, riespandano il termine per far valere i diritti contro le banche.

Il problema. La questione è se il decreto milleproroghe abbia o meno azzerato la sentenza della Cassazione, sezioni unite, n. 24418 del 2 dicembre 2010. Questa sentenza ha stabilito che per chiedere la restituzione degli interessi anatocistici c'è tempo un decennio dalla chiusura del conto e non dalla registrazione dell'addebito sul conto (o annotazione).

Le banche hanno tentato di far passare un'altra interpretazione (e cioè dieci anni dall'annotazione) così da bloccare o far perdere la causa a chi ha chiesto la restituzione dopo la chiusura del conto, ma dopo dieci anni dall'annotazione.

Secondo le banche, invece, si deve valutare singolarmente il pagamento non dovuto (per esempio quello per interesse anatocistici) e che, quindi, sin dal momento dell'addebito in conto degli interessi il cliente ha il diritto di agire per chiedere la restituzione: con la conseguenza che da quel momento inizia a decorrere il termine di prescrizione.

La Cassazione, pur facendo alcuni distinguo, è andata incontro ai correntisti. La Suprema corte ha sottolineato che la sola registrazione sul conto non significa pagamento da parte del cliente: significa solamente che aumenta il saldo debitore o diminuisce il saldo creditore del conto. Quindi l'annotazione non essendo un pagamento non può far decorrere il diritto alla restituzione (che si può far valere dopo avere pagato e non dopo che il creditore ha «messo in conto» il debito: è intuitivo, infatti, che mettere in conto e pagare sono cose diverse, e può chiedere la restituzione solo chi ha pagato e se non lo fa è giusto che decorra ai suoi danni la prescrizione).

La Cassazione, eliminato l'equivoco dell'annotazione, ha distinto due casi.

La prima ipotesi è del correntista che usa il fido e non fa versamenti: in questo caso solo al momento della chiusura del conto si procede al pagamento del debito e solo a quel momento si pagano gli interessi anatocistici illegittimi e, quindi, da quel momento scattano i dieci anni.

La seconda ipotesi è quella del correntista che usa il fido e fa versamenti. Qui bisogna fare due sottodistinzioni: o il cliente sta nei limiti del fido concesso e con i versamenti ripristina il massimale del fido; oppure il cliente va in rosso su conti non affidati o supera il limite del fido «sconfinando». Solo in queste ultime situazioni (sconfinamenti oltre il fido o senza fido) il versamento da parte del cliente ha funzione di pagamento e se il cliente elimina lo sconfinamento, comprensivo degli interessi anatocistici illegittimi, ciò basta a fare decorrere i 10 anni, senza dover aspettare la chiusura del conto.

In tutti gli altri casi (e sono la maggioranza) il termine per fare causa è molto ampio: fino a dieci anni dopo la chiusura del conto e anche oltre in presenza di atti interruttivi (basta una raccomandata per ripristinare il decennio).

Il milleproroghe ha cambiato, anzi secondo alcuni solo tentato di cambiare, le carte in tavola. L'articolo 2 quinquies, comma 9, del decreto 225/2010 ha scritto una norma interpretativa, secondo cui «in ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l'articolo 2935 del codice civile si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall'annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell'annotazione stessa». Questo significa che non conta la data di chiusura del conto, ma la data dell'addebito degli interessi anatocistici illegittimi. Se gli interessi sono stati addebiti più di dieci anni prima e se non c'è stato alcun atto interruttivo (ad esempio una diffida) per il correntista non c'è più nulla da fare. La norma si proclama quale norma interpretativa e quindi retroattiva, immediatamente applicabile, anche ai processi in corso.

La norma prevede anche che in ogni caso non si fa luogo alla restituzione di importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge. La prescrizione dei diritti nascenti nel caso di anatocismo non comporta, dunque, la restituzione di importi già versati. Quindi se le banche hanno già versato somme al correntista che ha contestato l'anatocismo dopo che è scaduto il termine di prescrizione (da calcolarsi con il nuovo metodo imposto dal milleproroghe) per lo meno quel correntista non dovrà restituire soldi alle banche. In sostanza il correntista che ha già avuto la restituzione non è obbligato a ridarli alla banca per effetto della sopravvenuta disposizione sulla prescrizione, mentre chi non ha avuto nulla, se il suo diritto è prescritto in base alla nuova norma del milleproroghe, non otterrà nulla.

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