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Analisi Fondo salva Stati e garanzie, ecco i conti

Una cosa deve essere chiara: se la Grecia non fa default l’Italia non deve sborsare nuovi fondi, nemmeno in presenza del terzo programma di assistenza finanziaria di cui si sta discutendo in questi giorni proprio per salvare Atene dal dissesto. In caso contrario, dovremo contare le perdite come tutti gli altri creditori dell’eurozona, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale. Ma non è questo il piano a cui stanno lavorando in queste ore a Bruxelles. 
Anzi, l’Euro Working Group sta cercando la soluzione tecnica per fornire ad Atene un prestito-ponte da 12 miliardi: entro lunedì la Grecia deve trovare 7 miliardi per ripagare Bce e Fmi, verso il quale è già in arretrato. In più le servono altri 5 miliardi entro la metà di agosto. La finalizzazione dell’accordo per il terzo pacchetto di aiuti da 82-86 miliardi, che saranno erogati attraverso il fondo salva Stati Esm, richiederà infatti fino a un mese. Comunque, «l’eventuale finanziamento alla Grecia da parte del fondo Esm — ha spiegato il ministero dell’Economia — non comporta alcun esborso da parte dei singoli Stati membri» e dunque nemmeno da parte di Roma. «La quota di capitale Esm di competenza dell’Italia — ha proseguito il ministero — è già stata completamente versata nel 2014 (e ovviamente contabilizzata nel debito)».
Non è necessario un nuovo esborso perché il fondo Esm opera sul mercato: emette debito sul mercato, si finanzia a tassi bassi e poi a sua volta va a finanziare il piano di aiuti, cioè presta i soldi alla Grecia. L’esposizione totale dell’Italia rispetto ad Atene ammonta a 35,9 miliardi, di cui 10,2 riguardano i prestiti bilaterali erogati nel 2010 in occasione del primo salvataggio, quando ancora non esisteva il fondo salva Stati, più 25,7 miliardi tra garanzie e capitale forniti al fondo Esm, già contabilizzati ma che non influiscono sul deficit perché considerati in deroga rispetto alle norme del patto di Stabilità e Crescita.
In attesa però che il fondo Esm apra i cordoni della borsa, sono allo studio diverse ipotesi. Quella apparentemente più semplice consiste nell’utilizzo del fondo europeo Efsm che ha ancora a disposizione 13,2 miliardi. Ma non è uno strumento dell’eurozona, coinvolge tutti i Ventotto e Londra ieri, attraverso il ministro delle Finanze George Osborne, ha detto all’Ecofin che «la Gran Bretagna non è un Paese dell’euro, l’idea che i contribuenti britannici mettano sul tavolo soldi non può proprio partire». Sulla stessa linea Danimarca, Svezia e Repubblica Ceca. Per usare il fondo Efsm serve l’unanimità dell’eurozona più l’appoggio di quattro Stati non euro. Ma anche il ministro delle Finanze tedesco, Wolfang Schäuble ha detto no. Ieri l’Eurogruppo si è consultato in conference call e secondo quanto riferisce il Finacial Times sarebbero state valutate sei opzioni, inclusi i prestiti bilaterali sui quali l’Italia aveva espresso perplessità già due giorni fa, preferendo «opzioni europee». Oggi i ministri finanziari dell’eurozona si risentiranno per trovare un accordo. Il vicepresidente della Ue con delega all’euro, Valdis Dombrovskis, ha spiegato che quasi tutte le opzioni sono «complesse dal punto di vista legale, finanziario e politico». E alcune, come la restituzione ad Atene dei profitti della Bce legati al vecchio programma Smp non sufficienti, ammontano solo a 3,6 miliardi.
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