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Ammortamenti, il Tuir è superato dal codice civile

Le regole del codice civile superano quelle del Tuir. Solo il pieno rispetto delle norme in tema di bilancio dettate dal codice consentono di dare rilevanza fiscale ai comportamenti tenuti. Questi i principi che derivano da una sentenza dalla Corte di cassazione che, se applicata in modo generalizzato, comporterebbe una rivoluzione dei comportamenti fino a oggi adottati (soprattutto nel modo delle pmi). Ciò in quanto la stessa pare portare a un superamento delle regole del Tuir tutte le volte in cui, nonostante il comportamento del contribuente sia in linea con lo stesso, non lo sia invece con il codice civile. Il caso trattato (semplificando al massimo): il contribuente ha dedotto ammortamenti in misura differente nei diversi anni, ma sempre rispettando i limiti imposti da Tuir. Non ha però motivato il cambio di stima in bilancio e perciò la Cassazione ha ritenuto non corretto anche ai fini fiscali il suo comportamento, negando la deducibilità dell’ammortamento. Il caso è oltre modo abituale. Ecco con maggior precisione il caso esaminato.

La sentenza n. 22016 del 17 ottobre 2014 ha origine da un ricorso avanzato dall’Agenzia delle entrate contro una sentenza della commissione tributaria regionale che riformando la sentenza di primo grado, ha annullato l’accertamento con il quale veniva rettificata in aumento, ai fini Irpeg e Irap. Lo stesso era basato sulla deduzione, ritenuta indebita, di ammortamenti di beni strumentali. La ripresa dell’ufficio era basata sul fatto che a partire da un certo periodo d’imposta il contribuente aveva «immotivatamente modificato il piano di ammortamento di detti beni adottato» fino al periodo d’imposta precedente elevando i coefficienti di ammortamento previsti dalla percentuale del 50% a quella del 100%. È da rilevare che tale comportamento aveva sempre rispettato il limite massimo indicato dall’art. 102 e quindi nella sostanza dal dm 31/12/1988. Secondo gli organi di controllo tale comportamento era «contrario all’obbligo di redigere il bilancio con chiarezza e verità ex art. 2423 c.c. e al principio stabilito dall’art. 2426 c.c. per cui il costo delle immobilizzazioni dev’essere ammortizzato in modo sistematico e tendenzialmente uniforme, in relazione alla residua possibilità di utilizzazione del bene».

La ctr aveva però ritenuto corretto il comportamento del contribuente in quanto il comportamento della società «con cui era stata modificata la percentuale di ammortamento dei beni strumentali, dal coefficiente del 50 al 100%, era legittimo e conforme alla normativa vigente, e in particolare all’art. 2426 c.c., u.c., stante l’insindacabilità delle scelte aziendali di determinazione del risultato del bilancio di esercizio operate nel rispetto di previsioni normative». Pertanto l’omessa annotazione della variazione del piano di ammortamento nella nota integrativa non poteva consentire una ripresa a fini impositivi. Ma tale tesi non ha soddisfatto l’agenzia delle entrate che alla fine ha trovato soddisfazione nella sentenza della corte di cassazione.

La stessa infatti ha sostenuto che «in materia di imposte sui redditi, avuto riguardo alla determinazione del reddito d’impresa, e in particolare alla deduzione delle spese di ammortamento, al contribuente non può essere riconosciuta una piena discrezionalità nel determinare, in sede di dichiarazione, le quote di ammortamento annuo dei beni, variandole di anno in anno».

Nella sostanza o il cambio è giustificato dal rispetto delle regole civilistiche-contabili o (nonostante il rispetto della misura massima di cui all’art. 102) l’ammortamento è da rimettere in discussione. Ciò in quanto l’ammortamento deve uniformarsi al criterio di sistematicità posto dall’art. 2426 c.c., n. 2) sulla base di un piano di ammortamento che indichi il valore da ammortizzare (differenza tra costo dell’immobilizzazione e suo presumibile valore residuo al termine del periodo di vita utile), residua possibilità di utilizzazione e criteri di ripartizione del valore da ammortizzare, tendenzialmente costituiti da quello a quote costanti, che costituisce l’ordinario criterio di imputazione, o a quote decrescenti.

Tale tesi (seppur criticabile) non può essere tralasciata. Nella sostanza la stessa prevede l’applicazione delle norme contabili ai fini della deducibilità dei componenti negativi anche nel caso in cui questi ultimi rispettano i limiti massimi stabiliti dal Tuir.

Con tale tesi si indica come le regole statuite dall’art. 102 stabiliscono un limite massimo di deducibilità e non invece una regola applicabile in ogni caso indipendentemente dal comportamento contabile adottato.

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