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Ammissibilità concordato in mano ai creditori

La fattibilità del piano di concordato preventivo non è requisito che deve essere valutato dal tribunale in sede di ammissione alla procedura, così come neppure costituisce oggetto dell'indagine dell'autorità giudiziaria la veridicità dei dati aziendali sui quali il piano stesso è fondato. Questo l'argomento del Caso Assonime n. 2 del 2011 che prende in esame la sentenza n. 21860 del 25 ottobre 2010 della Corte di cassazione sul tema dei poteri che spettano al Tribunale fallimentare nella fase di ammissione dell'imprenditore in crisi alla procedura di concordato preventivo. La pronuncia origina dal ricorso di una s.r.l. contro il decreto con il quale il tribunale aveva dichiarato inammissibile il concordato preventivo dalla stessa proposto. La domanda di concordato era stata rigettata perché, dall'esame della documentazione allegata e da alcune valutazioni svolte, al tribunale era apparsa evidente la non fattibilità del concordato. La Corte accoglie il ricorso della società affermando che la fattibilità del piano di concordato non è requisito che deve essere valutato dal tribunale in sede di ammissione alla procedura. Il giudizio sull'attuabilità del piano e sulla sua capacità di consentire l'adempimento delle obbligazioni assunte con la proposta spetta ai creditori e non al tribunale. Questi potrebbero, infatti, accettare la proposta anche se il piano non fosse convincente, purché adeguatamente informati attraverso la relazione del professionista. L'onere di garantire ai creditori che la proposta su cui sono chiamati a pronunciarsi sia basata su dati reali compete, invece, al commissario giudiziale. In ordine alla fattibilità del piano e alla veridicità dei dati al tribunale spetta, dunque, unicamente il compito di verificare se in base alla relazione del professionista sia possibile per i creditori, esprimere un voto informato e consapevole e per il commissario giudiziale svolgere le indagini cui è tenuto.

Spiega Assonime che questa pronuncia rappresenta un tassello importante di un'evoluzione culturale della concezione della crisi d'impresa, da tempo auspicata. «L'attribuzione ai creditori del giudizio di fattibilità del piano», si legge nel caso, «denota, infatti, un'interpretazione del concordato preventivo conforme alla concezione privatistica dell'istituto posta alla base della riforma delle procedure concorsuali».

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