Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Amministratori senza sconti

In materia societaria nessuno può sentirsi al sicuro da azioni di responsabilità: nemmeno gli amministratori non delegati o i soci di società a responsabilità limitata. È questa una posizione che sta delineando sempre più nettamente in giurisprudenza, sia di merito, sia di legittimità. Tanto che le azioni di responsabilità nei confronti di amministratori e soci, nonostante la riforma societaria, si stanno facendo sempre più pressanti.

Infatti, l’amministratore non delegato, seppur non sia obbligato a effettuare un controllo generale (continuativo e sistematico) sulla gestione, deve in ogni caso saper agire in modo informato; tanto più quando emergano chiari segnali d’allarme su irregolarità nella gestione.

Chi fa parte di un consiglio di amministrazione, anche senza essere destinatario di deleghe, non può quindi illudersi di stare in una botte di ferro in esito a eventuali azioni di responsabilità proposte (anche) nei suoi confronti.

È questa la posizione dominante nella giurisprudenza della Corte di cassazione. Ciò nonostante si continua a fare parte della governance societaria, senza assumere deleghe specifiche, in modo leggero e trasandato.

Il concetto di amministratore, connotante il soggetto cui compete il potere di compiere tutti gli atti volti alla realizzazione dell’oggetto sociale ex art. 2380-bis c.c., deve essere obbligatoriamente scisso in una duplice fattispecie nel caso al vertice aziendale vi sia il consiglio d’amministrazione, ovvero un comitato esecutivo: amministratori deleganti e delegati; non operativi e operativi.

Tale distinzione, introdotta con la riforma del 2003, muove essenzialmente dalla volontà del legislatore di voler limitare la responsabilità dei soggetti non partecipanti attivamente alla gestione societaria. Ciò in quanto, nel tempo, si era assistito alla vasta proposizione di azioni di responsabilità generali, soprattutto in ambito fallimentare, volte a coinvolgere tutti i membri del cda, quasi a voler sparare indiscriminatamente sull’intero vertice aziendale per l’andamento negativo della società.

Con la riforma la distinzione apportata è stata quindi netta: da un lato i delegati, dall’altro i deleganti.

Si badi bene però a non svilire o depotenziare il ruolo del delegante, giacché la responsabilità verso cui tende è la stessa del delegato, ossia verso la società (artt. 2393 e 2393-bis c.c.), verso i creditori (2394 e, in ambito fallimentare, 2394-bis c.c.) e verso i soci uti singuli e i terzi aventi interesse se direttamente danneggiati da comportamenti anomali (2395 c.c.).

Invero gli amministratori, ai sensi dell’art. 2392 c.c., devono adempiere alla loro funzione «con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle loro specifiche competenze» e, qualora vengano a conoscenza di fatti pregiudizievoli, anche singolarmente, dovranno fare quanto gli è possibile per impedirne la realizzazione, pena la responsabilità solidale con gli altri membri.

Ritornando quindi alla nostra distinzione, anche al delegante è richiesta la diligenza tipica del mandatario nell’adempimento dell’obbligazione assunta, ma non gli è invece richiesto il controllo generale statuito dall’art. 2381, comma 3, spettante ai delegati.

Dovrà invece agire in modo informato, ossia valutare l’andamento gestionale sulla base dei dati fornitigli dai delegati, ovvero in caso di omissione, attivarsi personalmente al fine di reperire informazioni utili secondo quanto disposto dal sesto comma dell’art. 2381 c.c. Solo ciò permetterebbe in concreto l’esclusione dalla responsabilità solidale, siccome statuito dal terzo comma dell’art. 2392 in tesi generale, in quanto ci si riferisce agli amministratori tout-court senza operate alcuna distinzione tra delegati e non per effetto del rinvio al (solo) comma terzo dell’art. 2381 c.c. È quindi nella lettura del citato sesto comma dell’art. 2381 c.c. che riposa la controversa questione e che interessa, anche qui, tutti i componenti del consiglio di amministrazione.

Proprio in tal senso si è mossa la Suprema corte con la sentenza n. 17441 del 31 agosto 2016 che, riprendendo la stura gettata dalle precedenti sentenze nn. 2737/2013, 17799/2014 e 22848/2015, ha affermato che i deleganti rispondono «per non aver impedito fatti pregiudizievoli dei quali abbiano acquisito in positivo conoscenza (anche per effetto delle informazioni ricevute ai sensi del terzo comma art. 2831 c.c.) ovvero dei quali debbano acquisire conoscenza, di propria iniziativa, ai sensi dell’obbligo posto dall’ultimo comma dell’art. 2381 c.c.».

In altre parole, il delegante non soggiace a un obbligo di vigilanza continuo sulla gestione societaria stante la sua figura a latere del soggetto che concretamente opera per la realizzazione dell’oggetto sociale, bensì deve obbligatoriamente assumere una posizione attiva volta alla valutazione delle informazioni fornitegli dai delegati, ovvero adoperarsi personalmente per il loro ottenimento.

Meritevole di menzione è anche la sentenza n. 11897/2016 del Tribunale di Milano che, nel caso di un’azione di responsabilità esperita in sede concorsuale avverso l’intero Cda, oltre a ribadire quanto affermato dalla Cassazione nelle già citate sentenze, ha sottolineato che il delegante debba adoperarsi personalmente, ai sensi del sesto comma dell’art. 2381 c.c., qualora emergano dei c.d. «segnali d’allarme» dalla gestione. Essi si ravvisano qualora il flusso informativo sia lacunoso, contraddittorio o presenti altri elementi critici e potrebbero, per esempio, sostanziarsi in un ingiustificato e irrazionale indebitamento, anomalia nelle operazioni, incongruenza tra dati contabili ed extra contabili ecc

In tali casi sorge un vero e proprio dovere in capo al delegante di attivarsi per reperire informazioni utili, necessarie alla valutazione del fatto/atto passibile di censura.

In altre parole il delegante agisce in modo informato qualora: (i) prenda visione delle informazioni fornite dai delegati, ai sensi del terzo comma dell’art. 2381; (ii) qualora queste siano insufficienti o addirittura mancanti, si attivi, personalmente ovvero collegialmente, per il loro ottenimento; (iii) nel caso in cui emergano chiari segnali d’allarme, attivarsi repentinamente. Segnali sussumibili da qualsiasi parte.

Ma il procedimento sopra delineato è sufficiente a escluderlo dalla responsabilità solidale con i delegati? Ovviamente no!

Per far sì che ciò accada, il delegante dovrà adoperare tutti gli strumenti concessigli dal legislatore al fine di portare a conoscenza degli altri amministratori, dell’organo di controllo e dei soci il misfatto, per esempio, attraverso la richiesta di sospensione o revoca della delega al delegato, segnalazione al collegio sindacale al fine delle proposizione dell’azione di responsabilità (per lo stesso fine valga la segnalazione in assemblea ai soci) o, ancora, esperire la denuncia al tribunale ex art. 2409 c.c..

Il mantra del Supremo consesso è quindi ben chiaro: qualora il delegante operi per inerzia o passivamente soggiacerà alla responsabilità solidale di cui all’art. 2392 c.c. stante l’apicalità della sua figura.

Quanto sin ora affermato, può essere esteso anche alle srl? Certamente sì. L’applicabilità del terzo e sesto comma dell’art. 2381 c.c. e quindi dell’obbligo del dover agire in modo informato alle srl è possibile in virtù del dettato di cui al terzo comma dell’art. 2475 c.c. che permette ai soci di affidare la gestione della società a più persone, le quali andranno quindi a comporre il consiglio d’amministrazione. Anche in questo caso vale quanto affermato in termini di adeguata informazione e strumenti volti a escludere la solidarietà nell’azione di responsabilità disciplinata dall’art. 2476 c.c.

Nel caso delle srl, stante l’aderenza al principio dell’intuitu personae, non di rado si rinviene la diretta partecipazione dei soci alla gestione aziendale, a volte anche alla presa in carico di decisioni fondamentali e strategiche per l’assetto societario (tant’è che il famigerato e trascurato settimo comma dell’art. 2476 ha cura di estendere la responsabilità anche ai soci, che abbiano deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società), pertanto in tale ambito, all’amministratore delegante è consigliato di scandagliare ancor più approfonditamente il flusso informativo resogli dai delegati, e successivamente di adoperarsi a richiedere idonee informazioni anche ai soci.

In conclusione occorre affermare che la Cassazione, attraverso le varie sentenze sopra citate, non abbia voluto soltanto distinguere il ruolo operativo tra amministratori delegati e deleganti, bensì abbia voluto anche dare un vero e proprio monito rivolto alla corretta gestione dell’ente societario: al vertice aziendale non possono sedere soggetti non qualificati e passivi, essi debbono essere competenti in relazione alla natura dell’incarico accettato e soprattutto consci dell’obbligo di dover assumere una posizione attiva.

Giuseppe Ripa e Alessandro Lattanzi

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

L’anno del Covid si porta via, oltre ai tanti morti, 150 miliardi di Pil. Ma oggi si può dire che...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Forte crescita dell’attività di private equity nei primi due mesi dell’anno. Secondo il dodices...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Goldman Sachs ha riavviato il suo trading desk di criptovalute e inizierà a trattare futures su bit...

Oggi sulla stampa