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America sospesa, di nuovo decisivi gli Stati del Nord

WASHINGTON Nella notte Donald Trump recupera e si gioca la riconferma alla presidenza in Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Arizona. È un testa a testa appassionante, con il presidente repubblicano in carica per ora in vantaggio nei primi di questi tre Stati. Resta però ancora più o meno la metà dei voti da calcolare. Lo sfidante Joe Biden conduce in Arizona. Ma è certo che non c’è stata la grande onda blu e anzi, il candidato democratico deve sperare nello sprint finale, mentre non è da escludere un clamoroso bis della sconfitta del 2016.

I mercati finanziari, per esempio, stanno correggendo la rotta. All’inizio della serata elettorale gli investitori avevano acquistato «futures» collegati alle azioni di medie imprese, immaginando che un’amministrazione democratica avrebbe immediamente varato un massiccio pacchetto di aiuti pubblici. Per quel che conta, anche gli scommettitori britannici e di Las Vegas stanno ritoccando le quote, aumentando le probabilità di vittoria per Trump, che era dato per perdente quasi sicuro fino a metà di ieri pomeriggio.

Il presidente in carica ha dimostrato una grande tenuta nei classici «Swing States», gli Stati in bilico come la Florida, dove è vicino al traguardo, e l’Ohio dove guida con un margine per ora di 8 punti percentuali.

Il candidato repubblicano è avviato anche a prevalere in Texas, in Georgia, in North Carolina. Battaglia accesa in Virgina, con risultati in altalena, ma alla fine Biden si è aggiudicato lo Stato, come era nelle previsioni e come era già successo nel 2016 con Hillary Clinton.

L’epicentro decisivo, a questo punto, potrebbe essere la Pennsylvania, dove però i risultati definitivi arriveranno solo dopo il 6 novembre.

È quindi possibile anche lo scenario che in fondo tutti avrebbero voluto evitare: la presidenza appesa a un conteggio prolungato e contestato da legioni di avvocati, da una parte e dall’altra.

Del resto, più di 100 milioni di americani avevano già votato prima del 3 novembre, per posta (65 milioni) o di persona (35). E’ un livello record. Si stima che altri 50-60 milioni di americani si siano presentati alle urne, ieri, nel giorno canonico delle elezioni. Ciò significa che il tasso di partecipazione si potrebbe attestare intorno al 62-66%, sul totale di 239,2 milioni di elettori. È una percentuale, dunque, che dovrebbe superare quella del 2016, quando aveva votato il 60% e forse anche a quella del 2008, l’anno della rivelazione Obama (62%).

Alla vigilia i democratici avevano applicato un teorema empirico, che deriva dall’esperienza: più alta è l’affluenza, maggiore sono le possibilità del candidato progressista. Ma anche questo schema potrebbe essere smentito.

I due competitor stanno seguendo la corsa senza intervenire. A un certo punto della serata Trump aveva fatto sapere che avrebbe parlato prima dell’alba.

Molto incerti anche i duelli per il Senato. In Colorado ha vinto il democratico John Hickenlooper, mentre il repubblicano Lindsey Graham ha conservato il seggio in South Carolina.

La Casa Bianca è recintata da reti alte due metri e mezzo, che chiudono un largo perimetro nel centro della capitale. All’esterno si sono ritrovati centinaia di attivisti. Slogan, canti, bandiere di Black Lives Matter. Nessun incidente per ora. Nonostante a Washington siano ricomparsi i pannelli di legno per proteggere le vetrine di negozi, ristoranti, alberghi, banche.

Nel pomeriggio, però, Trump ha rilasciato una dichiarazione distensiva, smentendo l’indiscrezione pubblicata nei giorni scorsi dal sito Axios: «Non è assolutamente vero che dichiarerò vittoria prima dei risultati definitivi. Non è il momento di fare dei giochini».

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