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Amendola: i fondi europei non possono essere usati per ridurre le nostre tasse

Ministro, Olanda, Austria, Danimarca e Svezia si oppongono proposta della Commissione Ue sul Recovery Plan. Come si superano queste obiezioni?

«Per prima cosa, in una trattativa non banalizzerei mai le posizioni contrarie. È un errore — risponde Enzo Amendola, il 46 enne ministro degli Affari europei proposto dal Pd —. A maggior ragione in Europa, dove sbattere i pugni sul tavolo non serve a niente. Credo che alla fine tutti capiremo che la proposta della Commissione non mira a salvare questo o quel Paese e che il rischio riguarda l’intero mercato unico. Tutti potrebbero perderne i benefici, noi come i Paesi cosiddetti frugali. L’impianto proposto dalla Commissione, con piani di ripresa e riforme di competitività, serve gli interessi dell’intero continente».

Nuove forme di tassazione europea – sui colossi digitali, dai prelievi sull’inquinamento delle aziende, magari dalle transazioni finanziarie — implicano un aumento della pressione fiscale?

«Il recovery fund si finanzia con titoli di debito emessi sul mercato, merito anche della caparbietà di Paolo Gentiloni a Bruxelles. Quindi non ci sarà un aumento dei contributi nazionali ma avanzeremo, finalmente, nella direzione di creare e utilizzare risorse proprie dell’Unione europea. Avremo forme di tassazione europea legate a obiettivi come l’ambiente e il digitale. In altri termini, si profila una nuova sovranità europea».

Ma le tasse per i cittadini aumentano o no?

«No. Semmai potrà esserci uno spostamento del prelievo dal livello nazionale al livello europeo. Non un aumento netto. E gli italiani avranno più benefici rispetto a quanto saranno chiamati a contribuire in questo piano».

Nel governo c’è chi pensa di usare il Recovery Plan per un taglio delle tasse. Le pare fattibile?

«Due mesi fa il tormentone era: ”l’Europa ci ha abbandonato”. Oggi si fa a gara nel fare proposte sull’utilizzo delle risorse, notevoli, che ci saranno messe a disposizione. Io mi limito a far notare che i sussidi e i prestiti del Recovery Plan sono destinati a investimenti, non alla spesa corrente. E servono per tornare a crescere in modo robusto, in modo da ridurre il debito. Noi negli ultimi due decreti abbiamo mirato, correttamente, a proteggere la coesione sociale. Ora, con il piano italiano di rilancio, dovremo rivoluzionare la nostra capacità di impiego delle risorse europee nei settori cruciali».

Dunque quei soldi non si possono usare per tagliare delle tasse?

«No, sono destinate a investimenti supplementari rispetto a quanto avremmo fatto senza il piano europeo».

La cancelliera Angela Merkel

oggi ha capito che questa

crisi mette in discussione l’interesse comune europeo, non quello di un singolo Paese

Dare efficienza all’amministrazione e alla giustizia civile in un Piano nazionale di rilancio significa attaccare le resistenze corporative più dure e ramificate. Questo governo ne ha la forza?

«Non abbiamo scelta. Dobbiamo aggiustare la macchina per ripartire con la massima forza possibile. La riforma della pubblica amministrazione, quella della giustizia e la digitalizzazione sono delle priorità. E non perché ce lo chieda l’Europa: lo sono perché negli anni abbiamo accumulato distorsioni e interessi corporativi soffocanti».

Il punto è se questo governo è in grado di aggredire problemi così radicati…

«Il governo di Giuseppe Conte e la sua maggioranza saranno anche nati in maniera anomala, ma hanno già affrontato la sfida del Covid senza un manuale delle istruzioni. E non senza risultati, mi pare. Io ribalterei la logica della domanda: è facendo le riforme che un governo si rafforza».

I fondi del Recovery Plan per quest’anno, meno di dieci miliardi, saranno insufficienti per mitigare la fase di massimo stress sociale e di fragilità per le imprese: in autunno i sussidi già varati saranno finiti ed è attesa un’ondata di li cenziamenti. È il caso di ricorrere al Mes “sanitario”?

«In Parlamento ci sono varie posizioni sul Mes, ma io non ho mai cambiato la mia. In pochi mesi, grazie alla Banca centrale europea, al Recovery Fund, ai fondi Sure per l’occupazione e a alle garanzie della Banca europea degli investimenti, il cruscotto degli strumenti è cambiato notevolmente. Appena chiusi i negoziati, governo e Parlamento potranno valutare quali sono le leve a disposizione. Di certo ora i mercati hanno molta più fiducia nell’Europa».

Dunque non è saggio fare a meno del Mes a priori?

«Non è affatto detto che all’Italia mancheranno risorse pubblico in autunno. Prima è meglio chiudere davvero il pacchetto sul Recovery Fund, poi valuteremo il da farsi».

La Germania era partita da posizioni molto diverse, poi è arrivata a quello che di fatto è un eurobond per trasferimenti di bilancio diretti ai Paesi più colpiti. Cosa spiega questa trasformazione?

«Dieci anni fa a Deauville una dichiarazione franco-tedesca segnò uno dei punti più bassi della coesione europea e scatenò gravi turbolenze. La cancelliera Angela Merkel oggi ha capito che questa crisi mette in discussione l’interesse comune europeo, non un singolo Paese. Credo avverta anche che abbiamo un’enorme responsabilità verso gli europei più giovani – questo piano si chiama Next Generation EU – e un’opportunità irripetibile per rilanciare l’integrazione europea».

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