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Ambulanti, ristoratori e no mask scontri con la polizia alla Camera

Disperati, e qualcuno ribaldo, alle tre e mezza di un pomeriggio di sole raffreddato dal libeccio i ristoratori con i ristori esauriti, gli ambulanti delle fiere infuriati con la polizia perché «se la prende con noi e non va a spaccare le gambe ai tunisini », quelli del Popolo italiano che alternano bestemmie al megafono a letture del codice di procedura penale («articolo 16, ogni cittadino po’ anna’ ‘ndo cazzo glie pare») e pure gli Italexit del senatore Paragone provano a sfondare il cordone di finanza, a sinistra, poi attaccano a desta, ingresso difeso dallo schieramento di polizia. Vittorio Sgarbi ha appena lasciato i convenuti di Piazza di Montecitorio con parole stemperanti («governo criminale») e loro avanzano: «Libertà, libertà». Lanciano sugli agenti del reparto celere le bottiglie di birra appena consumate, le pile in versione maxi, anche un amplificatore che fin lì era servito ad agitare la ribellione. Infine una transenna, lanciata a peso morto. Montecitorio è alle spalle: le forze dell’ordine non possono che difenderlo e caricano.
Manganellate sulla prima fila, sull’ambulante delle fiere, sul giaccone di Ermes, il ristoratore di Modena travestito come lo sciamano che diede l’assalto a Capitol Hill: copricapo con le corna da bisonte. La folla, mille persone da Roma e regione, dalla Campania tutta, da Palermo e soprattutto da Modena, la città che ha inventato il movimento “IoApro”, vacilla, arretra, poi riparte. Lancia fumogeni rossi e verdi e i reparti tornano a una seconda carica. Non c’è più Enrico Montesano, in piazza, l’attore no mask. Ci sono, però, gli incendiari di CasaPound, sempre presenti nella periferia romana anti-zingari, ora qui, nel centro politico dove possono infuocare gli indebitati delle partite Iva. Si teme il peggio: una donna si sente male, un poliziotto viene portato via in ambulanza. Saranno due i feriti tra le forze dell’ordine. Sette rivoltosi della prima fila vengono portati in questura per essere identificati. «Ridatemi Francesco», urla una bionda manifestante, «rivoglio il mio fidanzato».
«Ogni violenza è inaccettabile», dice la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Su Roma si è concentrata, in una chiamata generale con le mascherine perlopiù alzate, il malessere della piccola impresa italiana. A Caserta gli ambulanti, ieri mattina, hanno fermato l’A1. A Salerno hanno protestato parrucchieri ed estetisti, a Reggio Calabria in quattrocento hanno minacciato di aprire contro la legge. Nel Ponente ligure, a Milano e anche a Foggia hanno sfilato altri ambulanti.
Quelli di “IoApro” negli ultimi sette giorni hanno agitato piazze d’Italia e frequentato salotti tv. Lo sciamano Ermes, Ermes Ferrari, “erre” arrotata, 51 anni, un ristorante a Modena Sud, racconta: «Dal 15 gennaio lavoro, per forza. Le multe non le conto più, ma devo pagarmi i debiti che ho fatto con sei mesi di ferma». Massimiliano Pepe ha un locale con 150 posti a sedere nel Grossetano: «Do lavoro a venti persone, ma con i 650 euro della cassa integrazione non riescono a campare. Ho avuto quattro ristori, tutti con il governo Conte. Ho preso 36 mila euro, ma ho mancati incassi per mezzo milione e per attivare 300 mila euro di mutui ho impegnato tutte le proprietà. Credo che Draghi sia qui per mettere i conti in sicurezza, non mi aspetto nuovi interventi economici, ma ci deve dare una road map delle riaperture, farci vedere la luce». Dietro di loro ci sono diecimila famiglie.
Oggi sono annunciate manifestazioni a Pistoia e Firenze. Ferdinando Parisella, fondatore del Movimento imprese ospitalità, ne è certo: «Da oggi si riaprono locali in tutta Italia, Entro giovedì il governo deve darci indennizzi veri, sopprimere tasse, calmierare gli affitti».
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