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Amazon entra nel «club» da mille dollari

Mille e non più mille? No, Wall Street vuole celebrare mille e ancora mille quando si tratta di prezzi azionari. Amazon ieri è diventata a tutti gli effetti parte dell’esclusivo club dei titoli che hanno varcato la soglia delle quotazioni a tre zeri, coronando una cavalcata che ha visto il titolo guadagnare il 33% solo da inizio anno. Non basta: se l’ingresso verrà confermato nelle prossime sedute, Amazon diventerà subito il leader indiscusso del selezionato gruppo, perchè la sua market cap, quasi 500 miliardi, vale oltre il quadruplo di quella degli altri 14 iscritti al club assieme e che comprendono finora un solo titolo tech, Priceline scambiato a 1.851 dollari, oltre alla venerata Berkshire Hathaway di Warren Buffett.
La società di Jeff Bezos, oggi alle spalle solo di Bill Gates tra i super-ricchi con una fortuna personale da 85 miliardi contro 88, ha toccato quota 1.001 nelle prime ore di scambi per poi oscillare nel pomeriggio leggermente sotto la fatidica quota. Ma, se è il più visibile, il suo non è un caso isolato, né di sfida a quota mille, né di continua rincorsa a massimi storici. Sta tirando la volata a un altro titolo vicino allo stesso traguardo, Alphabet, ex Google. Il leader dei motori di ricerca e della pubblicità digitale è ormai a una manciata di dollari dalla vetta e ieri ha sfiorato i 997 dollari. E tutti i titoli d’avangurdia riuniti nella sigla «Faang» – che oltre ai due già citati comprendono il colosso dei social media Facebook, quello degli iPhone Apple e il re dello streaming video Netflix – sono in rialzo di percentuali tra il 25% (Google) e il 34% (Apple) da inizio anno.
Un altro titolo «rivoluzionario» ha mostrato di avere una marcia in più: Tesla, leader nell’auto elettrica e ultra-connessa, ha accelerato in queste ore a nuovi massimi e da gennaio ha guadagnato ben il 56% a 334 dollari. Più che abbastanza per superare di slancio nella speciale classifica della capitalizzazione di Borsa, e nelle preferenze di investitori che scommettono sul potenziale di crescita, rivali tradizionali e meno agili del calibro di Ford e General Motors.
Presi assieme, sono segni dell’ottimismo che vige sulle performance dominanti anzitutto dei gruppi hi-tech e Internet statunitensi. Un ottimismo che sta sostenendo tuttora la Borsa e i suoi indici a livelli record nonostante i timori di rialzi eccessivi e le incognite sollevate dalla politica – quella del Presidente Donald Trump in testa – e dall’economia. L’indicatore tech nello Standard & Poor’s 500 da gennaio ha messo a segno un’impennata di un quarto del suo valore, quadrupla rispetto all’andamento dell’intero indice.
L’ottimismo è tale che i titoli in corsa non stanno ormai neppure più ipotizzando split azionari, i frazionamenti un tempo giudicati necessari per ampliare la base degli investitori e guadagnare in stabilità delle quotazioni. Né Amazon, né Google, che pure in passato li avevano effettuati, hanno fatto sapere di averne in programma, preferendo il rincaro per farsi notare dai grandi investitori e dai fondi in un clima sempre più competitivo.
Il colosso del commercio elettronico e del cloud ha deciso tre split dal suo collocamento nel 1997, ma l’ultimo risale ormai al 1999. A vent’anni dal suo debutto, un investimento da cento dollari ne varrebbe oggi 66.000. La sua volata verso il traguardo dei mille dollari è scattata all’indomani del bilancio trimestrale, che ha battuto le attese: tra gennaio e marzo Amazon ha messo a segno l’ottavo profitto consecutivo e, soprattutto, le entrate sono lievitate del 23% a 35,7 miliardi, con il segmento d’avanguardia dei Web Services, che comprende il business del cloud per le imprese, forte di un giro d’affari cresciuto del 42% a 3,7 miliardi.

Marco Valsania

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