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Amazon, i democratici litigano e Bezos abbandona New York

Tutta colpa dei politici: è questa la versione ufficiale di Amazon, che volta le spalle a New York perché assediata dalle critiche sullo “sconto fiscale” da 3 miliardi di dollari. Si chiude male, con un colpo all’immagine già controversa del gigante digitale, il progetto di aprire il suo secondo quartier generale nel quartiere di Long Island City, nel “borough” newyorchese di Queens. La vicenda durava da più di un anno. Cominciò con l’annuncio che la regina del commercio online voleva affiancare alla sua sede storica di Seattle un altro megainsediamento, da 50 mila posti di lavoro. Il top management guidato da Jeff Bezos spiegò quali erano i requisiti ricercati: la nuova sede doveva essere una città con un ampio bacino di talenti tecnologici, polo universitario, buone infrastrutture, e naturalmente anche un mercato vasto per lo smercio di prodotti e servizi. Meno propagandato ufficialmente, ma chiarissimo, era l’altro messaggio rivolto alle autorità locali: chi desidera 50 mila posti di lavoro nel suo collegio elettorale, si faccia avanti con delle offerte allettanti.
Cominciò così l’ennesimo capitolo di una vicenda antica e familiare: la concorrenza fiscale tra Stati Usa. È lo stesso fenomeno che l’Europa conosce con Stati-pirata come Olanda, Lussemburgo, Irlanda. Il federalismo americano consente che la concorrenza al ribasso avvenga anche all’interno degli Stati Uniti. Il risultato: più le imprese sono grandi e ricche, meno pagano imposte. Ma il ricatto di Amazon si è scontrato con una resistenza politica inusuale. Che ha spaccato trasversalmente il partito democratico. È la sinistra a controllare tutte le leve del potere locale a New York: governatore, sindaco, assemblea legislativa dello Stato. I notabili al governo non hanno esitato a usare le blandizie tradizionali. Il governatore democratico Andrew Cuomo e il sindaco Bill de Blasio, che appartiene all’ala sinistra dello stesso partito, per una volta si sono trovati sulla stessa lunghezza d’onda. Hanno confezionato per Bezos un pacchetto fiscale più che generoso: 3 miliardi di sgravi sulle imposte locali. Tre miliardi di sgravi su circa 2,5 d’investimento; perché nel frattempo Amazon aveva deciso comunque di sdoppiare il suo secondo quartier generale, suddividendo a metà i nuovi insediamenti tra New York e la Virginia (vicino Washington). In sostanza l’investimento e il beneficio occupazionale era generato dal contribuente di New York. In passato un simile regalo fiscale non avrebbe quasi fatto notizia: così fan tutti. Stavolta non è andata liscia. Sarà perché Bezos ha un profilo ingombrante, sarà perché lo strapotere di Amazon le ha già attirato molti nemici, o infine perché c’è una “insurrezione di sinistra” che divampa all’interno del partito democratico in vista delle elezioni del 2020. Diversi politici locali, con in testa la giovane neo-deputata Alexandria Ocasio-Cortez, hanno denunciato l’operazione come un ricatto, una rapina per le finanze locali, un’estorsione ai danni dei contribuenti. Cuomo e de Blasio si sono trovati spiazzati da questa ribellione interna. La quale ha una sponda sull’altra costa: proprio a Seattle dove Amazon è nata, si moltiplicano le denunce per i suoi effetti deleteri, ad esempio nell’iperinflazione del mercato immobiliare. Alla fine, nel tentativo di salvare la faccia, Amazon fa finta di andarsene di sua scelta, e sostiene che “il 70% dei cittadini newyorchesi ci avrebbe desiderato”. Un sondaggio di comodo, fatto in casa, che non riflette l’atmosfera prevalente in città.

Federico Rampini

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