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Altri tre indagati al mercato delle toghe

Ci sono quattro nomi iscritti al registro degli indagati dell’inchiesta della Procura di Perugia sulla corruzione e le nomine al Csm. Oltre all’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, si tratta di altri due magistrati, uno dei quali membro del Consiglio Superiore, e di un professionista.
La storia, dunque, cammina. Conferma il ruolo di snodo di Palamara in un network più ramificato. Che porta appunto dentro Palazzo dei Marescialli. Ma non solo. E dunque, in questo suo prologo, consente ancora una volta di prevedere con ragionevole certezza che l’incrocio tra il lavoro di Perugia e l’infernale domino in corso tra le correnti per la nomina del successore di Giuseppe Pignatone alla guida della Procura di Roma produrrà effetti tali da investire l’intera magistratura italiana, la sua organizzazione in correnti, i suoi equilibri bizantini. Da leader di Unicost ed ex consigliere del Csm, Luca Palamara non si è mai mosso in solitudine e questo primo, nudo dato di indagine lo conferma.
La battaglia delle denunce
Del resto, che sarà una battaglia che non contempla prigionieri è una circostanza che trova conferma anche nella macchina del rumore, del risentimento e del sospetto che si è messa in moto con singolare sincronia nello stesso momento in cui la Procura di Perugia comunicava al Consiglio Superiore l’iscrizione al registro degli indagati per corruzione di Palamara.
Anche questa è storia di ieri. Sui quotidiani il “Fatto” e la “Verità” — lo Yin e lo Yang del racconto giornalistico della giustizia italiana — affaccia la notizia di un esposto al Csm che accusa l’ex procuratore Giuseppe Pignatone e il suo aggiunto Paolo Ielo di aver guidato con mano condizionata una delle indagini più delicate dell’ufficio. Quella sull’avvocato siciliano Pietro Amara, il dominus del network indagato nel 2018 che condizionava le sentenze della giustizia amministrativa. Lo stesso professionista che porta a Fabrizio Centofanti, il lobbista in orbita Pd, che gratifica della sua generosità proprio Luca Palamara.
A firmare l’esposto — che accusa Pignatone e Ielo di non essersi astenuti nelle giuste forme dall’indagine su Amara, perché i rispettivi fratelli avrebbero avuto rapporti professionali proprio con lo stesso Amara — è un pubblico ministero della Procura di Roma, Stefano Fava. Che su Amara aveva indagato prima di entrare in rotta di collisione con Pignatone e vedersi revocata la delega all’indagine.
Stefano Fava è un calabrese di santo Stefano d’Aspromonte (provincia di Reggio), paese che, coincidenza vuole, sia vicinissimo a quello di cui è originaria la famiglia di Palamara, santa Cristina d’Aspromonte. Fava ha fama di magistrato risolutissimo e cocciutissimo, incline alla diffidenza. Ed è un fatto che l’esposto che deposita al Csm e che trova appunto contemporanea luce sul “Fatto” e la “Verità” sia intinto nel veleno del sospetto, della suggestione. Soprattutto — come per altro conferma la lettura dello stesso esposto — appare smentito dalla trasparenza degli atti dei due magistrati, Ielo e Pignatone, che pure quella carta vorrebbe accusare.
Il pressing sul Csm
Dunque, perché quella mossa. Una risposta è nell’effetto che produce e ottiene. Quella carta è il granello di sabbia che deve costringere il Consiglio, nel momento stesso in cui si prepara ad affrontare il dopo Pignatone, a misurarsi con un’accusa che ne macchia l’immagine e compromette la potenziale continuità di metodo di quell’ufficio in uno dei suoi gangli vitali. Quello sistematicamente aggredito nei sette anni di gestione di Pignatone e diretto in perfetta sintonia dall’aggiunto Paolo Ielo: i procedimenti per reati contro la pubblica amministrazione, la metastasi che devasta la vita pubblica a Roma compromettendo la Politica.
Quella carta di Fava è anche qualcosa di più. È una formidabile arma di manipolazione del quadro che la Procura di Perugia si prepara a illuminare. E che, dunque, nel momento chiave (che è evidentemente arrivato) deve servire a trasmettere la sensazione di una Procura di Roma dove non esistono cavalieri bianchi e cavalieri neri. Dove i veleni sono di casa e ognuno ha uno scheletro nell’armadio. In una notte in cui tutti i gatti sono grigi.
Non è dato sapere quali intenzioni avesse il pm Fava con quell’esposto o se qualcuno ne abbia manipolato le mosse. Né chi abbia tirato fuori quella carta che giaceva in un cassetto del Consiglio per lasciarla scivolare nell’incipit di questa storia per confonderne e intossicarne ancor di più il già mefitico clima. Il tempo forse darà delle risposte. Che, in ogni caso, non saranno confortanti. Che insieme a Palamara sia salito il numero degli indagati a Perugia è infatti la prova che quell’indagine è arrivata a un punto dove evidentemente nessuno prevedeva arrivasse. Staremo a vedere. Siamo al primo atto. Ma il tempo si è messo a correre.
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