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Altri 5mila addetti in uscita, ma ci sono 2.500 assunzioni

Cinquemila uscite. Volontarie. Duemilacinquecento assunzioni di giovani. Una prima valutazione prudenziale porta a riassumere con questi numeri l’impatto sull’occupazione dell’acquisizione di Ubi da parte di Intesa Sanpaolo. Se il piano andasse in porto, il contatore delle uscite di lavoratori dalle banche, in un paio di mesi, farebbe già superare le 11mila: 6mila di UniCredit, 5mila del nuovo gruppo Intesa Sanpaolo Ubi. Ci sono poi le code dei piani di Mps, Bper, Bnl, mentre manca ancora all’appello il Banco Bpm che alzerà il velo sul piano a inizio marzo.

I numeri dell’operazione Intesa Ubi, però, calzerebbero perfettamente con il patto per l’occupazione, lanciato dai sindacati all’inizio di quest’anno, all’indomani della firma del contratto collettivo nazionale del credito. Quel patto, lanciato dal segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni e sostenuto anche da Giuliano Calcagni della Fisac, Riccardo Colombani della First Cisl, Massimo Masi della Uilca ed Emilio Contrasto di Unisin, prevedeva infatti una nuova assunzione ogni due uscite, esattamente quanto previsto nel nuovo gruppo bancario. L’operazione ha però colto di sorpresa i sindacati e la loro valutazione unitaria, ieri, è stata moderatamente ottimistica: «Le nostre organizzazioni sindacali vigileranno attentamente su tutte le dinamiche occupazionali, organizzative e gestionali che riguarderanno le lavoratrici e i lavoratori. Valuteremo esclusivamente i fatti».

I fatti dovrebbero essere che l’operazione, sul piano occupazionale, porterebbe alla nascita di un gruppo da 110mila persone a cui il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, dice di voler garantire pari condizioni e percorsi di crescita basati sul merito. Tra le sinergie di costo, l’operazione include anche quelle per circa 340 milioni di euro dalle spese per il personale, a seguito di uscite esclusivamente volontarie di circa 5mila persone. In questo numero sono incluse le mille richieste di adesione all’accordo sindacale di Intesa Sanpaolo del 29 maggio 2019 e le 300 uscite previste nell’accordo sindacale di Ubi Banca del 14 gennaio 2020. Per arrivare a 5mila, ne mancano 3.700. In particolare, considerato che Ubi ha presentato appena 24 ore fa un piano industriale che prevedeva 2mila uscite, 1.700 potrebbero essere in capo a Ubi e le restanti 2mila a Intesa Sanpaolo. In Ca de Sass i bacini di coloro che potrebbero uscire attraverso il fondo ci sono, tant’è che già in occasione dell’accordo di maggio, c’era stata una richiesta di adesioni all’uscita attraverso il fondo di solidarietà da parte dei lavoratori molto più alta rispetto a quella concordata.

Da definire precisamente, invece, il numero di sportelli che verranno ceduti a Bper – al momento un numero tra i 400 e i 500 – e anche il destino che seguiranno le persone che ci lavorano: Intesa Sanpaolo spiega infatti che per prevenire il sorgere di situazioni rilevanti ai fini antitrust, l’operazione include un accordo vincolante sottoscritto con Bper che prevede la cessione di un ramo di azienda costituito da un insieme di filiali del gruppo e dai rispettivi dipendenti e rapporti con la clientela. Certamente va detto che si tratterebbe di un passaggio da un’azienda all’altra, ma, in ogni caso, le uscite dal perimetro del nuovo gruppo potrebbero essere molte di più delle 5mila annunciate in maniera prudenziale. A compensarle, le 2.500 assunzioni di giovani che sarebbero un doppio segnale, tanto per i sindacati, quanto sul piano sociale: garantirebbero infatti il ricambio generazionale e sarebbero le prime assunzioni di giovani a salario pieno annunciate, dopo che il rinnovo del contratto nazionale ha previsto il superamento del salario di ingresso per i giovani.

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