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Altri 130 miliardi alla Grecia «Ma solo se fate le riforme»

di Luigi Offeddu

BRUXELLES — Fermata all'alba sulla soglia della zona euro, quando già stava per fuggirne o esserne cacciata. Questo ha ottenuto ieri la Grecia dall'eurozona, grazie al più grande piano di aiuti mai approvato da quando esiste la moneta comune. In cambio, ha dovuto cedere una parte della sua sovranità politica ed economica. Il «sì» al salvataggio è giunto dopo 13 ore filate di trattativa anche notturna dall'Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari. Nel conto finale, vi sono circa 130 miliardi di prestiti in arrivo dagli altri 16 Paesi dell'euro attraverso il Fondo salva Stati Efsf, fino al 2014. Poi, un taglio potenziale di 107 miliardi al debito greco giungerà dal «sacrificio» di banche e creditori privati che accetteranno (se accetteranno, nei fatti: questo capitolo è ancora aperto) di scambiare in perdita i titoli di Stato ellenici in loro possesso, rinunciando a un valore nominale del 53,5%: ma la perdita di valore netto, nello scambio con i nuovi bond trentennali, potrebbe arrivare al 75%. Circola già un calcolo approssimativo: ognuno degli 11 milioni di cittadini greci avrà dall'Europa della moneta comune qualcosa come 21.500 euro. E arriverà anche un «contributo» del Fondo monetario internazionale, non ancora determinato.
La febbre derivante dalla crisi greca sembra dunque arginata, non dovrebbe più travalicare quei confini. Le borse non hanno festeggiato, Wall Street ha superato i livelli del 2008 ma poi ha frenato. Lo spread sui titoli italiani però è sceso ancora. L'accordo di Bruxelles è nato da «uno sforzo veramente corale», come ha detto il viceministro italiano dell'economia Vittorio Grilli, presente al vertice insieme con il premier Mario Monti. Per ricevere gli aiuti, la Grecia ha accettato che la troika, la commissione mista Ue-Fmi-Banca centrale europea, resti «in permanenza» ad Atene, per controllare l'uso dei fondi. E che una parte di questi, insieme a introiti governativi, finisca su un conto bloccato così da garantire che il rimborso del debito greco sia sempre una «priorità»: in altre parole, che i soldi non vengano dispersi senza controllo. Non solo: lo stesso impegno sarà ribadito in una norma che dovrà essere inserita nella Costituzione «al più presto possibile»; e anche questo è stato accettato. Gli aiuti saranno condizionati all'andamento delle riforme economiche.
Tutto è stato fatto, come ha spiegato il presidente dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker, per «garantire l'avvenire del Paese nella zona euro». Ma anche per rinsaldare la stabilità della stessa zona euro, minacciata dall'ipotesi dell'imminente fallimento greco: fra 3 settimane, il 20 marzo, andranno a scadenza 14,5 miliardi di titoli, e senza i prestiti appena accordati Atene non avrebbe potuto onorare i suoi impegni con gli investitori. Quello di ieri è «un accordo molto buono», dice il presidente della Bce Mario Daghi. Ma è «un caso unico», aggiunge il commissario Ue agli Affari economici Olli Rehn, «un caso che non si ripeterà per altri Paesi dell'eurozona». Anche Barack Obama, in una telefonata ad Angela Merkel, si è detto «soddisfatto». Per il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, l'intesa «chiude le porte allo scenario di un'insolvenza, con tutte le sue gravi conseguenze sociali ed economiche». E punta a ridurre il debito greco dal 160% fino al 120,5% del prodotto interno lordo entro il 2020. Non scenderà sotto il 128%, dicono invece gli scettici. E' una delle molte incognite di questa intesa. Un'altra, sono elezioni di aprile: che cosa faranno i nuovi governanti greci? Questo piano di aiuti «può deragliare», nota il Wall Street Journal. E poi, con una stoccata velenosa: questo salvataggio «non è per la Grecia ma per la Spagna, l'Italia, il Portogallo». Oggi, il Parlamento di Atene ratificherà altre misure di austerità. Per le 16, i sindacati hanno chiamato la gente in piazza: contro quel voto, e contro il «commissariamento della Grecia».
 

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