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Altolà dell’Europa all’Italia: torna il rischio del contagio

BRUXELLES — Mille chilometri e passa separano le due voci, ma il tono e le parole sono uguali: l’Italia è a rischio, bisogna intervenire subito. Giorgio Squinzi, presidente della Confindustria, da Milano: «Siamo a tempo scaduto. Il governo non serve subito ma subitissimo perché l’economia reale ha un andamento tale che si deve intervenire subito». E nel caso che qualcuno possa avere frainteso: «La situazione è esplosiva, molto seria. Il suicidio di un imprenditore è solo la punta dell’iceberg, con una disoccupazione generale al 12% e quella giovanile al 40%, non si può andare avanti a lungo senza arrivare a conclusioni violente». E di suicidi fra gli imprenditori, finora, ve ne sono stati 62.
L’eco che subito arriva da Bruxelles, dalla Commissione Europea, porta il ritorno di una parola impronunciabile, «contagio». Ancora una volta agganciata al nome dell’Italia: «il rischio di contagio economico e finanziario al resto dell’area euro rimane consistente nel caso in cui riprendessero con intensità le turbolenze dei mercati finanziari sul debito sovrano dell’Italia».
E Bruxelles indica (ancora) una via d’uscita maestra, accanto al taglio del debito pubblico: «Un fisco favorevole alla crescita». Mentre il commissario Ue agli affari economici, Olli Rehn, rinnova la «piena fiducia» in Giorgio Napolitano: «Il presidente farà tutto quanto umanamente possibile per risolvere la crisi politica».
Le nuvole continuano ad addensarsi. Eppure ieri la Borsa di Milano ha volato (+3,19%) dopo un felice assalto alla diligenza dei nostri Bot, e lo «spread» — la differenza di rendimento fra i titoli di Stato decennali italiani e i loro omologhi tedeschi — si è adagiato sui 300 punti. Ma non è «ieri» o «domani» che contano, sono i quattro mesi di azzardo che ancora una volta attendono certe parti d’Europa. Da Bruxelles, ognuno ha il suo angolo di visuale. Nell’esaminare i Paesi che ancora soffrono di squilibri macroeconomici, la Commissione sferza sì l’Italia ma giudica anche «molto probabile» la sua uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, a maggio. Nello stesso tempo, Bruxelles suona l’allarme per Spagna e Slovenia, e addita la Francia, come un «rischio anche per l’Eurozona». Risuonano sberle d’altri secoli, con un ministro francese — Benoit Hamon — che insorge: «Basta con il rigore imposto dai tedeschi!».
Ma poi, tutti tornano a concentrarsi sui guai di casa propria. Per esempio sull’ipotesi del «governo di larghe intese» in Italia: «Larghe intese? Servono uomini di buona volontà che abbiano a cuore il Paese», ribatte Squinzi in visita al salone del Mobile di Milano —. «Il problema vero per la nostra economia è far ripartire i consumi… I problemi dell’economia reale vengono prima di quelli istituzionali…». E la ripresa? Nel 2014, forse: «Il Paese non è stato governato adeguatamente. Per la mancanza di una classe politica adeguata abbiamo già perso un punto di Pil (Prodotto interno lordo).
I provvedimenti del governo Monti dalla seconda metà dell’anno scorso sono stati azzoppati e bloccati. E presto perderemo un altro punto e mezzo. Lo stallo si paga. Ma anche un trotto confuso, avverte poi Bruxelles, può portare fuori strada: «In Italia ci sono squilibri macroeconomici che esigono monitoraggio e azione decisiva: l’andamento dell’export, la perdita di competitività e il debito elevato che in una situazione di crescita condizionata richiedono attenzione, per arginare i rischi di effetti avversi».

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