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Alti e bassi dei listini? Ecco i motivi nascosti

«Io ho visto cose che voi umani…». Se gli algoritmi di Borsa e le strategie automatizzate potessero parlare, si esprimerebbero come il replicante Roy Batty nel film Blade Runner. Perché se gli alti e bassi dei listini sono spiegabili con il coronavirus (a febbraio la paura, da marzo la speranza per la ripresa economica e ora il timore per una nuova ondata di contagi), l’ampiezza e la velocità dei movimenti delle Borse no. O, quantomeno, non sempre. Non era giustificato il rally che da marzo ha fatto salire le Borse fino quasi ad annullare tutte le perdite, non è del tutto spiegabile solo con la paura dei contagi la caduta degli ultimi giorni.

La realtà è un’altra: dietro le quinte, nei «backstage» dei mercati finanziari, agiscono meccanismi così complessi e automatizzati che rendono i movimenti delle Borse poco comprensibili a «noi umani». Meccanismi che esasperano i rialzi come i ribassi. Che rendono i movimenti delle Borse indecifrabili a occhio nudo. E che oggi portano molti osservatori a dire che, nonostante l’umore nero, ci sono i presupposti tecnici per un nuovo rimbalzo. Perché in Borsa i fondamentali contano, ma fino a un certo punto. Contano di più i meccanismi autoreferenziali.

Dietro le quinte del rally

Per capire bisogna partire proprio dal grande rally, iniziato a metà marzo e concluso (per ora) settimana scorsa. Dopo il crollo di febbraio, i grandi investitori mondiali si erano trovati a metà marzo con i portafogli “sgonfi” di azioni. Questo è un problema soprattutto per quelli che hanno per statuto portafogli bilanciati (per esempio 40% bond, 60% azioni): il crollo delle Borse e le loro stesse vendite avevano infatti sbilanciato questa percentuale a sfavore delle azioni.

Aiutati dalle grandi iniezioni di liquidità (e di fiducia) delle banche centrali e dai primi segnali positivi sui contagi, questi soggetti hanno così iniziato piano piano i cosiddetti ribilanciamenti: cioè ad acquistare azioni per riportare i portafogli in equilibrio. Calcolava JP Morgan il 24 marzo, che solo i ribilanciamenti avrebbero causato acquisti di azioni globali per 3.300 miliardi di dollari da quel momento in poi. Così, da metà marzo, si è verificata una convergenza di acquisti: da un lato comprava in Borsa chi sfruttava il crollo precedente e le iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali, dall’altro chi – semplicemente – doveva iniziare a ribilanciare i portafogli. Così le Borse hanno iniziato a correre.

Questo ha calmato i mercati e fatto scendere la volatilità: l’indice Vix, che la misura, da oltre 80 di marzo è infatti sceso a 24 il 5 giugno scorso. Questo, sui mercati, ha cambiato tutto. Perché l’indice di volatilità è una vera e propria bussola che determina il comportamento di innumerevoli investitori. Ce ne sono alcuni che speculano su questo indice. Ce ne sono moltissimi altri (a partire dai fondi risk parity o Risk control per arrivare dai fondi a Var) che invece lo usano per stabilire quanto rischio c’è sul mercato. Morale: quando l’indice Vix scende, il loro algoritmo automaticamente aumenta l’esposizione sulle Borse. Cioè compra azioni. Così il rally – almeno da maggio – si è auto-alimentato: più la volatilità scendeva, più gli acquisti aumentavano. In un vortice.

Dietro le quinte della caduta

Poi, settimana scorsa, tutto cambia. A dare il pretesto sono stati i nuovi focolai di coronavirus, che hanno fatto crescere il timore di una seconda ondata della pandemia. Se arrivasse davvero, sarebbe disastrosa per un’economia globale già provata. Normale che le Borse si preoccupino. Ma questo da solo non spiega l’entità della caduta dell’ultima settimana. Infatti c’è anche dell’altro. «Molti gestori (umani) hanno approfittato del fatto che Wall Street aveva appena annullato le perdite da inizio anno, per vendere azioni e prendere i profitti – osserva Matteo Ramenghi, Cio di Ubs Italia -. Inoltre l’aumento della volatilità, tornata quasi a 40, ha bloccato gli acquisti degli algoritmi». Così, all’improvviso, le Borse sono scese.

E ora cosa può accadere?

Ma guardando i fattori tecnici non è da escludere un nuovo rimbalzo. Non giustificato da un’economia disastrosa, bene inteso, ma dai meccanismi autoreferenziali. Da un lato i ribilanciamenti dei portafogli non sono ancora stati completati. Calcola JP Morgan, che gli investitori globali non bancari hanno un’esposizione sul mercato azionario poco inferiore al 40%, cioè sotto la media storica. Sono ancora un po’ “sgonfi” di azioni insomma. Se solo portassero l’esposizione al 49% (livello di inizio 2018) – calcola JP Morgan – «le Borse globali salirebbero del 47%». Anche i fondi legati alla volatilità non hanno finito il riposizionamento. Secondo i calcoli di Ubs di settimana scorsa, i fondi Risk control potrebbero potenzialmente comprare ancora azioni per 40-55 miliardi da qui a luglio, i fondi risk parity per 40-60 miliardi e i Cta per 45-65 miliardi. Certo, l’andamento dei contagi sarà determinante. Ma potrebbe bastare qualche schiarita per far ripartire il rally. A meno che gli algoritmi non decidano diversamente, per motivi che «noi umani»…

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