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Altalena di Piazza Affari e spread Manovra, il negoziato con Bruxelles

Non è stata la prova generale di un incendio, né un test di come si vive nel bunker di una crisi finanziaria. Eppure la biforcazione dei mercati che ha preso forma ieri ha dato alla politica, in Italia e nel resto d’Europa, qualche indizio della stagione alle porte.

Il principale indice azionario di Milano è partito scivolando quasi del 2%, per poi chiudere in rosso di 0,42%. Anche i titoli di Stato decennali di Roma hanno perso terreno subito, ma non più di cinque punti (0,05%) su Germania e Francia e otto sulla Spagna. Nel frattempo gli investitori sulle altre piazze d’Europa si muovevano come se non esistessero né l’Italia, né quel 54% di voti a forze che hanno messo in discussione l’euro: le altre borse dell’area euro sono salite, i titoli degli altri governi si sono venduti a rendimenti di più bassi.

Fuori dall’Italia i mercati non avevano tempo di occuparsi dei 5 Stelle o della Lega. Erano più interessati a festeggiare altre notizie: dopo cinque mesi decolla un governo europeista in Germania, dunque Berlino lavorerà con Parigi per riscrivere le regole di governo dell’euro. Quanto all’Italia, la piccola correzione all’ingiù sulle azioni e sui bond dice soprattutto che pochi sui mercati per ora credono che il nuovo governo possa cambiare radicalmente direzione. Non sui conti pubblici, vista la fragilità di uno Stato che emette nuovo debito per oltre 400 miliardi ogni anno. Non sulle riforme degli ultimi anni — pensioni e lavoro — che hanno evitato il default nel 2012 e assecondato dal 2014 l’aumento di un milione nel numero di occupati. Resta giusto un dubbio che oggi nessuno — sui mercati, a Bruxelles — è in grado di scacciare: quali siano il percorso e il prezzo per il Paese; in altri termini, cosa deve succedere nel frattempo, perché un governo debutti con promesse indiscriminate di sussidi o tagli alle tasse e approdi invece a qualcosa che non metta in fuga i creditori dai 2.300 miliardi di debito pubblico.

Nell’immediato, potrebbe non dover accadere poi molto. Per ora i conti pubblici viaggiano su un equilibrio precario ma positivo, che potrebbe non richiedere manovre correttive nel 2018. Il deficit ha chiuso l’anno all’1,9% del reddito lordo (Pil), 0,2% meno di quanto annunciato mesi fa e 0,6% meno dell’anno passato. Prima di pagare gli interessi sul debito, il surplus di bilancio è salito all’1,9%, meglio del previsto e molto meglio di un anno fa; la pressione fiscale è scesa e (di poco) lo ha fatto anche il debito, malgrado le spese per le banche.

In parte ha contribuito il ricorso al fondo di tesoreria del ministero dell’Economia, proprio per poter presentare conti più in ordine a Bruxelles e al prossimo governo. Ma anche in questa scelta «tecnica» c’è un senso politico, che conterà per il parlamento neoeletto e per la Commissione Ue. Per ora a Bruxelles nessuno entra nel merito del voto italiano, per evitare l’impressione di un’ingerenza in un Paese ormai così euroscettico. Ma ai guardiani dei conti è chiaro che chiedere l’attesa manovra correttiva da 3,5 miliardi in aprile, quando forse il nuovo governo non ci sarà ancora, rischia di diventare una trappola: in Parlamento non esiste una maggioranza per approvarla e le diverse forze anti-europee potrebbero unirsi proprio contro Bruxelles. Dunque la Commissione Ue accoglierà con favore i risparmi del governo uscente, se le permettono di non affondare i colpi. E Pier Carlo Padoan lascia le piene funzioni al ministero dell’Economia con l’ennesima scelta politicamente accorta.

Non molto dopo però i nodi verranno al pettine. A settembre chi governerà deve decidere se e come impedire un aumento dell’Iva da 12 miliardi, già deciso, che scatta tra dieci mesi. Bloccare quell’aumento significa lasciare il deficit all’1,6% del Pil, per poi magari aggiungere voci costose come la «flat tax» o il «reddito di cittadinanza». Significa, soprattutto, aprire un conflitto con Bruxelles alla vigilia del momento in cui la Banca centrale europea smetterà di comprare sempre nuovi titoli di Stato. In questo caso un aumento del costo del debito e una caduta dei prezzi dei bond sembra inevitabile; il credito a imprese e famiglie può diventare più caro.

Non sarebbe un buon momento per una svolta del genere: nel 2017 la crescita è stata spinta soprattutto dagli investimenti delle imprese e dai consumi delle famiglie, ma questi sono sempre i primi a frenare se cresce l’incertezza. Del resto il debito dell’Italia resta ancora pericolosamente vicino alla soglia di rating «spazzatura», a cui la Bce smette di fornire liquidità alle banche se un governo non sottoscrive un programma sul modello Trojka. E un intoppo della ripresa o un ripudio degli impegni sui conti minaccia di far ripartire i declassamenti da parte di agenzie come Moody’s, S&P o Fitch.

I margini d’errore sono dunque minimi. A maggior ragione se nel prossimo anno un’Italia a trazione euroscettica verrà vista con sospetto dagli altri governi, mentre si negozia il nuovo disegno dell’area euro e la successione di Mario Draghi alla guida della Bce. Nel ‘96 la Germania volle il patto di Stabilità (regola del deficit zero) come assicurazione a fronte dell’ingresso dell’Italia nell’euro. Allo stesso modo, oggi cresce la pressione a Berlino perché si costruisca attorno al grande vicino instabile del sud un cordone sanitario sotto forma di meccanismo semi-automatico di default «ordinato» sul debito. Parigi resta contraria e niente è deciso, ma la posta non era mai stata così alta.

Federico Fubini

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