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Alta tensione sui bond «veneti»

Per Veneto Banca e Popolare Vicenza tutte le opzioni sono sul tavolo, inclusa quella del bail-in. La parola che fino ad oggi era tabù e che in Veneto come a Roma in tanti hanno voluto esorcizzare, diventa ora una delle possibilità da esaminare alla luce della scarsa adesione dei soci alla proposta di transazione sulle vecchie azioni. Perchè più è bassa la percentuale di adesioni (oggi siamo attorno al 35%, a fronte di un 80% come target), più è elevato il rischio di contenzioso, maggiore è l’accantonamento che la banca deve mettere da parte. Con effetti pesantissimi sui ratio patrimoniali.
L’analisi dei possibili scenari sarà oggi al centro di un incontro riservato che si terrà al Mef tra i vertici del ministero e il top management delle due banche, rappresentato dal ceo Fabrizio Viola.
Certo è che il tempo stringe, mentre sul mercato i segnali di tensione aumentano.
Ieri da Jp Morgan è arrivato un allarme chiaro in questo senso, con l’indicazione chiara, rivolta ai risparmiatori, di vendere i bond senior di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Di mezzo ci sono ben 13,5 miliardi di euro di bond senior. Che, a questo punto, entrerebbero in uno scenario di rischio bail-in, e quindi potenzialmente soggetti a svalutazione.
Secondo l’analista di Jp Morgan, Axel Finsterbush, sentito da Bloomberg, le due banche popolari venete potrebbero infatti non essere autorizzate a beneficiare da parte dell’Ue della ricapitalizzazione precauzionale, che invece metterebbe i titolari di bond senior al riparo da perdite. I due istituti del Nord Est, che sono alla prese con la necessità di una ricapitalizzazione superiore ai 5 miliardi, potrebbero infatti non presentare i requisiti sufficienti per godere di parte dei contributi previsti dal pacchetto salva-Risparmio da 20 miliardi varato dal Governo, complice la massa significativa di perdite su crediti che potrebbero essere registrate in prospettiva, e che non possono essere coperte dai contributi statali. «C’è l’idea che tutti possano bussare per una ricapitalizzazione precauzionale ma si tratta di un’eccezione» rileva l’analista.
Secondo Finsterbush, che ha curato un report sul tema delle banche uscito a gennaio, i bond senior non rifletterebbero il rischio di un bail-in e di una conversione in azioni. Va detto tuttavia che sul mercato i titoli senior stanno registrando vendite. Il bond di Veneto Banca con scadenza maggio 2019, ad esempio, ha visto salire il rendimendel 6% di fine gennaio al 10% di ieri. Discorso più evidente invece per i bond junior, i cui prezzi sono scesi a minimi di 20 punti, complice l’attesa di un loro coinvolgimento nella ricapitalizzazione precauzionale.
Da qua, quindi, il suggerimento dell’analista. Che consiglia agli investitori di vendere i bond dei due istituti visto che un salvataggio statale, attraverso la forma della ricapitalizzazione precauzionale, potrebbe non ottenere il disco verde della Commissione Europea, e in particolare della Dg Competition.
Le regole della Brrd sono chiare, in questo senso. Per entrare nel meccanismo della ricapitalizzazione precauzionale, le banche devono essere anzitutto solvibili. E una banca è tale solo se rispetta i requisiti patrimoniali minimi (requisiti di primo pilastro) e non presenta carenze di capitale nello scenario di base della prova di stress di riferimento. Condizioni che, a quanto filtra da fonti vicine alle due banche, potrebbero non essere rispettate. Soprattutto se come detto non andasse in porto l’accordo di transazione con gli azionisti. Senza un’adesione significativa, insomma, la banca sarebbe costretta a un maxi-accantonamento che porterebbe i ratio patrimoniali al di sotto dei requisiti minimi, e spingerebbe la banca nel baratro del bail-in.
In questo quadro va detto che fino ad oggi le indicazioni che arrivano dal fronte dei rimborsi non sono incoraggianti. L’operazione è rivolta a 169mila azionisti individuati tra piccoli soci, associazioni, onlus, ditte individuali che si sono visti azzerare il valore delle azioni acquistate negli ultimi dieci anni. La proposta che propone un rimborso di 9 euro per azione o del 15% del valore al momento dell’acquisto – non ha ancora raggiunto la percentuale “obiettivo” indicata fin dall’inizio come conditio sine qua non per rilanciare i due istituti, ovvero l’80% di adesioni: per quanto riguarda PopVi, sono stati sottoscritti al 6 marzo 35.027 accordi transattivi, pari al 29,1% delle azioni in perimetro, mentre le manifestazioni di interesse sono 53.521, cioé il 55%; Veneto Banca fa sapere che gli accordi già firmati sono il 34% del totale dei 75mila soci coinvolti, mentre il 14% di questi ha dichiarato di non voler aderire all’offerta e il restante 52% ha un appuntamento in filiale oppure non ha ancora deciso. L’istituto di Montebelluna, proprio per questo, prende tempo e con molta probabilità prorogherà i termini di scadenza facendoli slittare di una settimana (dal 15 al 22 marzo), allineandosi con la data di Popolare di Vicenza.
All’esito incerto dell’offerta transattiva si aggiunge, poi, la questione del fondo di solidarietà, i due plafond da 30 milioni ciascuno che le due banche hanno deciso di attivare – l’annuncio è stato fatto proprio il 9 gennaio – a favore degli azionisti che versano in condizioni disagiate. Lo strumento, costituito ufficialmente ieri, non è indipendente o sganciato dall’offerta transattiva, come sembrava all’inizio: «il fondo – si lege in una nota – è riservato esclusivamente agli azionisti che rientrano nel perimetro dell’offerta transattiva e che rinunciano ad azioni risarcitorie» e che, dunque, firmino l’offerta di rimborso. Inoltre, «l’attivazione del fondo è subordinata all’esito positivo della stessa offerta di transazione». Una beffa, per coloro, davvero in difficoltà, che speravano in un segnale immediato e concreto di aiuto.

Luca Davi
Katy Mandurino

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