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Alta qualità ed export fuori dall’Ue. L’Istat: ecco chi sta sfidando la crisi

ROMA — Nell’Italia della recessione, con il Pil (prodotto interno lordo) che scende verso il meno 2%, sono sempre più numerose le aziende dei servizi e del commercio con grossi problemi di credito. Ma ci sono pure le imprese del Nord, del settore metalmeccanico e del made in Italy, che da due anni macinano ordini e fatturato senza interruzione e trainano l’export.
Si spiega così che a marzo, secondo l’Istat, le esportazioni extra europee siano in netto miglioramento sia su febbraio (+4%) che su marzo 2011 (+12,3%), riportando la bilancia commerciale in attivo per 495 milioni di euro. I Paesi più attivi sono quelli dell’area Opec (+32,1%) i Paesi Mercosur (+29,6%) e gli Stati Uniti. In calo invece la Cina. Accanto a questo scenario, sempre l’Istat rileva come ad aprile peggiori il clima di fiducia dei consumatori italiani con un calo da 96,3% a 89%, risentendo della «situazione economica generale» e dell’insicurezza sul futuro.
Male anche sul fronte dell’indebitamento. Secondo l’Osservatorio sul credito nel primo trimestre dell’anno «solo il 18,7% delle imprese del commercio, del turismo e dei servizi ha fatto richiesta di credito e di queste il 37% si è visto negare il finanziamento o ha avuto meno di quanto richiesto, contro il 34% delle imprese che è stato soddisfatto». Per l’Osservatorio «è la prima volta dal 2008 che le imprese che ottengono meno credito di quello richiesto e non lo ottengono affatto sono più numerose di quelle che se lo sono visto accordare».
Se c’è comunque un’Italia produttiva che arranca con mille problemi, tra i quali il credito è al primo posto, ce n’è un’altra che accumula successi. È quella naturalmente legata all’export i cui fatturati dipendono dal traino delle economie emergenti, come Cina e Brasile. Ed è così che gli ordinativi delle macchine utensili calcolato da Ucimu (l’associazione dei produttori che aderisce a Confindustria) nel primo trimestre 2012 è salito del 10,5%: si tratta dell’ottavo trimestre consecutivo di crescita, cioè oltre due anni, dimostrando che la crisi successiva al crac dei subprime avvenuto nel settembre 2008 ormai è acqua passata.
Esemplare è il caso della Jobs di Piacenza (210 dipendenti, 55 milioni di fatturato) che ha già in budget ordinativi per chiudere l’anno con un 20% di aumento del fatturato. «Produciamo fresatrici ad alta perfomance — spiega l’amministratore delegato Marco Livelli — per clienti come Renault, Bmw, Boeing, Alenia ed entro il 2012 contiamo di aggregare altre due aziende arrivando a sfiorare i cento milioni di fatturato». «Il mercato resta difficile — continua Livelli — e lo si affronta solo aumentando la dimensione dell’azienda». Nonostante le tasse e il costo del lavoro, è sviluppo a due cifre anche per la Losma di Curno (Bergamo), il cui omonimo titolare Giancarlo è anche il presidente dell’Ucimu. «Noi siamo piccoli — spiega Losma — con 70 dipendenti e 10 milioni di euro di fatturato, ma quest’anno cresceremo del 25% con nuove filiali in Germania, Usa e India». Sia per Losma che per Jobs, su tutti i problemi che si trascina il Paese, vince il prodotto e l’innovazione. Ma fino a un certo punto. «Il mancato aggiornamento degli impianti produttivi — continua il presidente Ucimu — si ripercuote direttamente sui processi manufatturieri del mercato domestico che rischiano di essere attaccati dall’offerta straniera».
Analoga analisi in positivo arriva dal centro studi di Confindustria quando si occupa insieme con Prometeia del futuro dei prodotti di alta qualità (l’acronimo è «bbf» che sta per «belli e ben fatti», lusso escluso). Il calcolo è semplice: quel settore nel mondo, trainato dai nuovi benestanti, vede una crescita nei prossimi 6 anni del 48% sino a 136 miliardi di euro. Un terzo della domanda arriva da Russia, Cina ed Emirati Arabi. All’Italia basterà mantenere la propria quota attuale del 7,9% per fare affari d’oro. Di questo export in netto aumento, il 36% viene dall’alimentare, il 32% dall’abbigliamento e dal tessile per la casa, il 18% dall’arredamento e il 14% dalle calzature. Nel rapporto si legge che nel 2017 ci saranno 192 milioni di nuovi ricchi (cioè con un reddito annuo superiore a 30 mila dollari) in grado dunque di comprare «bbf».

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