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Alt al fondo salva Stati, la Slovacchia ha votato no

di Marika de Feo e Giovanni Stringa

MILANO — Era l'ultimo Paese a votare l'allargamento del fondo salva Stati «Efsf». L'altro ieri aveva detto sì perfino la «piccola» Malta. Ma ieri la Slovacchia, l'unico Stato dell'Eurozona — insieme all'Estonia (allora parte dell'Urss) — dal passato comunista e filosovietico, ha detto no. E, anche in questo, è stata unica: solo Bratislava — a differenza di tutti altri 16 Paesi della moneta unica — ha sbattuto la porta in faccia al nuovo piano per salvare la Grecia. La bocciatura è stata votata dal parlamento slovacco nonostante il governo — favorevole — avesse messo il voto di fiducia sul piano. Per passare erano necessari 76 «sì», ma ne sono arrivati solo 55. L'esecutivo, quindi, si avvia alla caduta.

Ma per il piano voluto in Europa da «tutti tranne uno» non tutto è perduto. Anzi. Il governo è convinto che ci sarà un nuovo voto con esito positivo probabilmente entro la settimana, e forse a partire già da oggi pomeriggio.

Dietro il «no» e la caduta dell'esecutivo di centrodestra di Iveta Radicova ci sono i 22 deputati del partito liberale SaS, che pur facendo parte della coalizione governativa non hanno partecipato al voto. Se avesse ottenuto il via libera, il contributo slovacco al fondo sarebbe salito a 7,7 miliardi (circa il 10% del Pil), cosa ritenuta inammissibile dai liberali. La Slovacchia è troppo povera — hanno detto — per pagare gli errori degli altri Paesi più ricchi.

Al posto dei liberali, a fianco di quello che resta degli alleati di Radicova nel dossier Efsf, potrebbe subentrare il partito d'opposizione socialdemocratico (Smer-SD). La nuova alleanza — ma non è detto che si trasformi in un nuovo esecutivo — potrebbe quindi votare il «sì» al piano e sbloccare l'impasse in un momento molto delicato per tutta l'Europa. Radicova ha chiesto ai moderati di negoziare con l'opposizione un «sì» al rafforzamento del fondo. E Robert Fico, leader socialdemocratico e primo ministro dal 2006 al 2010, ha detto: «Noi diciamo no a un governo di destra, ma sì al fondo di salvataggio». Successivamente, il suo partito ha annunciato di essere disposto a votare a favore del fondo salva-Stati Efsf, ma solo se il governo uscente indirà elezioni anticipate.

Prima che l'impasse slovacca gettasse nuova benzina sul fuoco della crisi, il presidente della Banca centrale europea aveva avvertito: «La crisi peggiora, altri ritardi aggraveranno la situazione», chiedendo ai leader europei di trovare subito risposte chiare su debito pubblico e ricapitalizzazione delle banche. «Abbiamo i minuti contati, la crisi è diventata sistemica, nelle ultime tre settimane è peggiorata e le istituzioni devono agire senza ulteriori ritardi», ha detto Trichet nella sua ultima audizione al Parlamento europeo. Bruxelles cerca di stringere i tempi e oggi presenterà il suo piano sulle banche che porterà poi ai capi di Stato. In cerca di una risposta univoca. Slovacchia permettendo.

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