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Alstom, Ge e Siemens a rapporto da Hollande

Per dare un’idea di quanto il governo francese voglia essere determinante nell’affare Alstom potrebbe bastare questo aneddoto.
Giovedì scorso il presidente del gruppo francese, Patrick Kron, è atterrato allo scalo privato del Bourget, di ritorno dagli Stati Uniti dove aveva incontrato i vertici di General Electric.
Ad accoglierlo il suo autista, come al solito, ma stavolta anche una macchina del ministero dell’Economia: il manager è stato fermamente invitato a congedare l’assistente e a salire invece sull’auto blu, e portato a sirene spiegate a colloquio con il ministro Arnaud Montebourg, furibondo per non essere stato informato delle trattative. Poi Kron è stato condotto all’Eliseo, ad ascoltare le rimostranze del più influente consigliere di Hollande, Emmanuel Macron.
In questo modo Parigi ha sventato l’accordo sul settore energia ormai quasi già concluso tra la francese Alstom e l’americana General Electric, e ha ottenuto più tempo per fare emergere «soluzioni alternative», che sono arrivate sotto la forma di una proposta della tedesca Siemens.
Ieri l’Eliseo ha organizzato una specie di ballo dei pretendenti: François Hollande ha ricevuto nell’ordine Jeff Immelt, presidente di General Motors, la mattina; poi, alle 18.15, il capo di Siemens, Joe Kaeser; alle 19.15, infine, Martin Bouygues, il maggiore azionista (con il 29%) di Alstom.
Tutti a rapporto per spiegare al presidente della Repubblica come intendono soddisfare la condizione più importante da lui posta, la tutela dell’occupazione. E anche per esibire quel riguardo (o sottomissione) al potere politico che finora era mancato.
Se il Wall Street Journal come suo solito prende in giro il dirigisme (in francese nel testo) di Parigi confermato per l’ennesima volta dalla vicenda Alstom dopo i casi Enel-Suez, Pepsi-Danone o Yahoo-Dailymotion, Hollande lo rivendica apertamente. «Lo Stato ha evidentemente voce in capitolo — ha detto ieri il presidente —, perché è garante dell’indipendenza della Francia quanto all’energia. Se qualcuno pensa che sia il mercato a determinare le mie scelte, che siano solo gli attori privati con i loro accordi e contratti a determinare l’interesse generale, si sbaglia di grosso. I francesi sono molto attaccati allo Stato, vogliono uno Stato efficace».
Tanto che si parla persino di una nazionalizzazione temporanea di Alstom, o di un acquisto da parte dello Stato della quota di Bouygues, qualora le offerte di General Electric e di Siemens non venissero giudicate conformi all’interesse nazionale. Sarebbe una soluzione estrema, alla quale Parigi preferirebbe non arrivare.
Meglio forse mettersi d’accordo con gli uomini di Monaco di Baviera, cercando di spacciare l’immagine di un nuovo «Airbus dell’energia», un colosso europeo capace di fare fronte agli altri due poli concorrenti a livello globale, l’America di General Electric e il Giappone di Hitachi e Mitsubishi.
«O si vende a Boeing o si fonda Airbus», dice il ministro Montebourg, che insiste nella metafora aeronautica per evocare il precedente di successo. Ma la sensazione è che, qualsiasi sarà la scelta finale, a favore di americani o tedeschi, la perdita di autonomia di Alstom è un ulteriore simbolo del declino industriale francese.
Sono anni che Siemens punta ad Alstom: nel 2006 intervenne l’allora ministro delle Finanze Nicolas Sarkozy per impedire che il costruttore francese di centrali elettriche e Tgv finisse oltre Reno.
Ora, tuttavia, la proposta di Siemens è giudicata ricevibile e politicamente più accettabile di quella di General Electric, anche se pone più rischi proprio quanto all’occupazione (Ge e Alstom sono più complementari, Siemens e Alstom invece hanno strutture simili fino a sovrapporsi e questo provocherà doppioni nella forza lavoro). Oggi Siemens dovrebbe formalizzare la propria offerta: 10 miliardi di euro più i treni ad alta velocità Ice, in cambio di tutto il comparto energia di Alstom. La decisione finale è attesa per domani, prima dell’apertura dei mercati.

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