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Allo sportello il rosso È profondo 5,3 miliardi

L’anno più nero si chiude con i conti in rosso. La pandemia e la scarsa crescita economica hanno condizionato come non mai i bilanci del settore bancario. Già la semestrale al 30 giugno aveva evidenziato preoccupanti scricchiolii, con un deficit di 6 miliardi rispetto ai dodici mesi precedenti. Ma il consuntivo di fine anno è impietoso: conti in rosso per 5.224 milioni di euro, 13,4 miliardi in meno rispetto al 31 dicembre 2019.

La consueta analisi dei conti trimestrali, dedicata alle banche con struttura tradizionale, con forma sociale di Spa e quotate sul listino della Borsa di Milano (si escludono così Banca Generali, Banca Mediolanum, Finecobank e Illimity e altre di minore dimensione perché con un business non comparabile), evidenzia il peggior bilancio del secolo. Mai in un anno si erano persi oltre 5 miliardi di euro e anche considerando che la sommatoria dei risultati delle prime otto banche nazionali è stata influenzata dalla acquisizione di Ubi da parte di Intesa Sanpaolo, con la partita di giro che si è così determinata e che ha visto Ubi chiudere a -3,5 miliardi, resta il fatto che mai si erano registrati bilanci così negativi.

Flessioni

Tutti i gruppi bancari hanno chiuso l’anno guadagnando meno di quanto avevano fatto nel precedente esercizio. Con due eccezioni: Credito Emiliano e Credito Valtellinese. Ma l’incremento dell’utile, quasi del tutto imputabile al Creval, ammonta a 57 milioni di euro, cifra non sottovalutabile considerata la dimensione dei due istituti, ma destinata ad annacquarsi nel confronto con le perdite delle big. Le grandi banche sono in difficoltà. Solo Intesa Sanpaolo conferma il proprio ruolo di leadership in Italia, che verrà nei prossimi esercizi ancor più evidenziato dall’integrazione di Ubi. Unicredit ha contabilizzato una perdita di 2,785 miliardi, il Monte dei Paschi di Siena dopo aver perso un miliardo nel 2019 ha chiuso lo scorso anno a -1,6 miliardi. Il Banco Bpm, che nell’esercizio precedente aveva quasi toccato gli 800 milioni di utile netto, ha praticamente azzerato il risultato. Preoccupa Unicredit. Perché se è vero che il risultato del 2020 è fortemente influenzato dalle componenti straordinarie, come la chiusura dell’esperienza turca, costata 1,7 miliardi di euro e i costi per il personale in Italia (1,3 miliardi), oltre alla svalutazione legata al settore Corporate and investment banking, valori che cancellano un utile sottostante pari a 1,3 miliardi, a conferma che la macchina funziona, è anche vero che questi risultati sono frutto di scelte endogene, riconducibili cioè a Unicredit stessa. E l’utile sottostante è comunque nettamente inferiore a quanto evidenziato dall’unica concorrente di pari dimensioni in Italia, Intesa Sanpaolo.

Risolto a inizio mese il rapporto di lavoro con l’amministratore delegato Jean Pierre Mustier, Unicredit dovrà ora aspettare metà aprile per l’insediamento di Andrea Orcel. Intanto, il titolo in Borsa punta in basso. Quando Mustier annunciò che non si sarebbe ricandidato al ruolo di capo azienda, era il 30 novembre scorso, l’azione Unicredit quotava tra 8,8 e 8,6 euro. Venerdì scorso veniva scambiata a 50 centesimi in meno. A evidenziare le preoccupazioni per il settore ci sono due altri aspetti, legati: le prospettive per l’anno in corso non sono rosee, visto il perdurare della pandemia e dei suoi effetti e il consistente aumento delle rettifiche sui crediti sono un evidente campanello di allarme.

Aggregazioni

Sarà questo anche l’anno delle annunciate fusioni. Dopo l’operazione Intesa-Ubi e in attesa della conclusione dell’Opa del Crédit Agricole Italia sul Credito Valtellinese, dovrebbero trovare sistemazione alcune altre partite. Anzitutto il Monte dei Paschi di Siena, per il 68 per cento proprietà dello stato italiano. Entro fine anno il governo ha promesso all’Europa di uscire dal capitale. Chi farà un passo in avanti? E poi c’è la partita delle banche di media dimensione, con una ipotesi che coinvolge Banco Bpm e Bper. Sarà Unicredit il grande aggregatore? È una ipotesi possibile, che va però vagliata dal nuovo amministratore delegato, quando arriverà. Di certo, le dimensioni contano. E lo si vede guardando al valore della capitalizzazione di Borsa: un anno fa le sette banche considerate, abbiamo escluso Ubi, valevano 94,3 miliardi di euro, venerdì scorso il loro valore era di 68 miliardi: si sono bruciati in Borsa oltre 26 miliardi di euro in dodici mesi. Non solo, se Unicredit decidesse di aggregare le altre cinque banche (Banco Bpm, Mps, Bper, Credem e Creval), ai valori attuali supererebbe appena quota 27 miliardi, rimanendo comunque lontano da Intesa Sanpaolo (40).

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