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All’Ilva arriva il prestito ponte

Istituti di credito accontentati. I Riva – per usare un eufemismo – meno, molto meno.
Il decreto legge, che va a modificare la Legge 89/2013 (quella sul commissariamento) e la Legge 6/2014 (più nota come Ilva-Terra dei fuochi), verrà discusso oggi dal Consiglio dei ministri. A Palazzo Chigi e al ministero dello Sviluppo economico l’attività degli uffici legislativi è febbrile. La prima bozza licenziata dalla tecnostruttura del ministro Guidi (con il supporto del commissario Gnudi) è imperniata nella sua parte iniziale sul riconoscimento della prededucibilità dei crediti. «Finché la prededucibilità non viene riconosciuta in un provvedimento – diceva qualche giorno fa un banchiere al Sole 24 Ore – non facciamo nemmeno aprire le agende alle segretarie per fissare un appuntamento». In termini reali quanto ciascuna delle tre banche coinvolte (Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco Popolare, già esposte per 1,2 miliardi di euro) dovrà impegnare per garantire le condizioni minime di sopravvivenza dell’Ilva, da qui a fine anno. I crediti prededucibili sono i primi a essere pagati in caso di liquidazione dell’attivo. Il che dà l’idea che, intorno all’Ilva, non c’è alcun cordone sanitario finanziario. Anzi, sono le banche ad avere chiesto – per loro stesse – il cordone sanitario.
Sulla prededucibilità dei nuovi crediti, nella dialettica politica, non c’è alcun problema. Tutti sono consapevoli che – senza 300-350 milioni di euro – Taranto rischia di esplodere non fra sei mesi, ma dopodomani. Invece, cova una tensione nemmeno troppo sotterranea intorno al meccanismo che in linea teorica dovrebbe rendere più facile l’accesso agli 1,8 miliardi di euro sequestrati ai Riva – per reati valutari e fiscali che nulla c’entrano con i reati ambientali imputati per l’Ilva – dalla Procura di Milano. La giornata di ieri è stata scandita da analisi e discussioni sulla liceità – sostenuta nella prima bozza elaborata dal ministero dello Sviluppo economico insieme al ministero dell’Economia – di smontare dall’inizio il meccanismo di reperimento delle risorse predisposto dal Governo Letta. In particolare, nella prima bozza partita per Palazzo Chigi verrebbe cancellata con un tratto di gommapane la consequenzialità: prima l’aumento di capitale destinato agli azionisti (appunto, i Riva), quindi in caso di mancata sottoscrizione la ricerca di nuovi soci; solo a quel punto, i soldi di Milano. Nel modello impostato dal dicastero di Via Veneto e condiviso da quello di Via XX Settembre, si separerebbe l’aumento di capitale dall’accesso ai soldi di Milano, secondo un principio di prevalenza dell’interesse della salute pubblica. Le obiezioni di tipo giuridico – in particolare da parte di alcuni tecnici della presidenza del Consiglio e del ministero della Giustizia – non sono poche. Anche perché passerebbe un principio – di connessione logica fra reati diversi – che modificherebbe il diritto d’impresa.
Anche per questo, al di là dei diversi punti di vista fra gli sherpa e fra i membri del Governo, sarà essenziale – nella modulazione finale della misura – la discussione oggi in Consiglio dei ministri. Una questione strategica per il Paese, complessa per le ricadute giuridiche, su cui non potrà – in un modo o nell’altro – esercitarsi la “Politica”. E su cui, fino al Consiglio dei ministri di oggi, non sembra esserci alcuna vera certezza.

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