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Allerta sulla crisi d’impresa: a rischio otto società su 100

Sono più di 60mila le società di capitali a rischio allerta, l’8,4% del totale. Quasi sempre è il patrimonio netto negativo la spia della crisi, mentre gli Sos generati dal superamento dei cinque indici individuati dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti (Cndcec) sono più limitati.

È il quadro che emerge dall’analisi effettuata dal Cerved sui bilanci 2018 (e, in assenza, 2017) di quasi 720mila società di capitali. La ricerca verrà presentata oggi, a Roma, a Osservitalia, l’appuntamento annuale dedicato dal Cerved all’analisi delle piccole e medie imprese e incentrato quest’anno sull’impatto delle procedure di allerta introdotte dal Codice della crisi.

Il nuovo sistema di allerta introdotto dal Dlgs 14/2019 punta infatti ad anticipare l’emersione delle difficoltà, in modo da aumentare le chance di risanamento e di continuità aziendale, stella polare della riforma. Il nuovo meccanismo entrerà in vigore il 15 agosto 2020. Per le imprese non obbligate alla nomina dell’organo di controllo la bozza del Dlgs correttivo (che dovrebbe approdare a breve al Consiglio dei ministri) prevede però un rinvio di sei mesi, al 15 febbraio 2021.

Rischi maggiori per le imprese più piccole

I due fattori che fanno scattare il rischio allarme monitorato dal Cerved sono il patrimonio netto negativo e il superamento delle soglie (diverse per settore) di tutti e cinque gli indici individuati dal Cndcec.

In entrambi i casi, il rischio cresce al diminuire delle dimensioni aziendali. In difficoltà c’è infatti l’11,1% delle 465.888 aziende classificate dal Cerved come microimprese, il 3,8% delle piccole (su 215,702), contro l’1,9% delle medie (su 30.541) e l’1% delle grandi (su 7.679). Le microimprese costituiscono inoltre l’86% delle società con patrimonio netto negativo e l’l’83% di quelle che accendono gli indici.

È il patrimonio netto negativo a far suonare la stragrande maggioranza dei campanelli di allarme (59.548 su 60.609), mentre il rischio per superamento degli indici scatta solo per 5.865 imprese, la maggioranza delle quali (4.803) rientra comunque fra quelle con patrimonio negativo. I risultati non cambiano se si restringe il campo alle 104.570 società obbligate a dotarsi degli organi di controllo: delle 3.830 aziende a rischio segnalazione, 3.695 hanno un patrimonio netto negativo (e per l’84% sono piccole).

Situazione di rischio non vuol dire però automatica segnalazione all’Ocri (i nuovi organi di composizione assistita che dovranno essere costituiti presso le Camere di commercio): in molti casi si tratta di società che hanno cessato l’attività, avviato procedure concorsuali o liquidazioni mentre, in altri, potrebbero essere adottate soluzioni diverse, a partire dalla ricapitalizzazione. Gli organi di controllo, di fronte a «fondati indizi di crisi» devono infatti prima segnalarli all’organo amministrativo e rivolgersi all’Ocri solo in assenza di interventi adeguati. Le società più piccole continueranno inoltre a rivolgersi agli Occ (Organismi di composizione delle crisi).

Gli organi di controllo

In prima fila nella segnalazione anticipata delle difficoltà ci sono gli organi di controllo che il Dlgs 14/2019 ha esteso anche alle medie Srl: oggi l’obbligo scatta se si supera uno dei nuovi parametri (4milioni di attivo, 4 di ricavi e 20 dipendenti) per due esercizi consecutivi. La scadenza per le nomine era il 16 dicembre scorso ma solo il 27,6% delle circa 70mila nuove Srl obbligate ha indicato il sindaco o il revisore (dati Cerved). Si tratta di una media nazionale che scende al 14,6% in Puglia mentre arriva al 34,8% in Emilia Romagna. Questa settimana saranno votati gli emendamenti al Dl Milleproroghe che prevedono una riapertura dei termini: diverse le ipotesi di scadenza.

Le Camere di commercio stanno seguendo un approccio soft in linea con le indicazioni di Unioncamere, secondo le quali, prima di segnalare le Srl inadempienti al tribunale per le nomine di ufficio, andava fatto un recall direttamente all’impresa.

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