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Allerta con segnalazioni interne

L’inedita procedura di allerta, per favorire l’emersione tempestiva della crisi d’impresa, deve passare soprattutto per gli organi societari e di controllo. È questo uno dei fili conduttori che hanno caratterizzato il giro di audizioni svoltosi ieri davanti alla commissione Rordorf. Un primo momento di confronto a largo raggio in vista della presentazione del testo al ministro della Giustizia Andrea Orlando.
Confindustria ha messo in luce la correttezza di una scelta che punta in prima battuta sulla governance e sui presidi interni alla società, con il relativo corollario di responsabilità che porta a anche a escludere l’opportunità di una norma “di chiusura” che affidi alla magistratura il cattivo esito della procedura di allerta. Andrà poi valutata con attenzione la legittimazione alla segnalazione anche ai creditori pubblici, visto che la commissione ha scelto di non fissare soglie quantitative e temporali rilevanti per l’inadempimento della società. Il rischio potrebbe essere quello di una concentrazione delle scarse risorse di cassa sui debiti tributari e contributivi sacrificando le posizioni dei fornitori.
Nell’immediato, le procedure di allerta dovrebbero essere introdotte in via sperimentale ed essere accompagnata dalla cancellazione del preconcordato che oggi è indirizzato alla soddisfazione delle medesime esigenze di emersione della crisi.
Sul versante del concordato preventivo, Confindustria boccia la proposta fatta propria dalla versione attuale delle legge delega che ammette anche il terzo alla presentazione di un proprio piano: questa esternalizzazione dell’apertura della procedura, in realtà, priva il debitore della potestà non solo gestionale, ma ancora prima decisionale della propria impresa.
Il presidente del Consiglio nazionale dei Dottori commercialisti, Gerardo Longobardi, al termine dell’audizione, sottolinea come il meccanismo di emersione della crisi «non ha bisogno di essere portato al di fuori della società, dal momento che è già declinato nel Codice civile e nel Tuf: la corretta osservanza dei precetti di legge da parte degli organi di controllo, vale a dire del collegio sindacale, consentirebbe di intercettare tempestivamente segnali di crisi, risolvendo per tramite dei flussi informativi e di provvedimenti adeguati alla realtà imprenditoriale, dunque con rimedi esclusivamente endosocietari, il pericolo di insolvenza».
Per Il Consiglio andrebbe poi previsto un esito della procedura di composizione anche nel caso in cui debitore e creditori non trovino per tramite del professionista una soluzione concordata: in questo caso si suggerisce un criterio generale in base al quale l’organismo di composizione segnala i fatti al Tribunale per la convocazione del debitore.
Quanto ad Assonime, in termini generali, viene messo in evidenza come la bozza di delega non arriva a una semplificazione delle procedure, conservando invece i tanti (troppi) strumenti attuali di gestione della crisi, dagli accordi di ristrutturazione all’amministrazione straordinaria. Su quest’ultima poi Assonime è fortemente critica, qualificando la proposta della commissione come un compromesso altamente insoddisfacente e nient’affatto innovativo. Nel mirino in particolare la duplicazione di organi, procedure ed esperti a dispetto della (asserita) volontà di introduzione di un unico sistema di amministrazione per le grandi imprese in crisi.
Giudizio positivo, invece, sulle proposte della delega di stimolare gli organi societari e i revisori legali con doveri puntuali di attivazione della procedura di allerta.

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