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Allegati alla Pec con il bollino

La Pec (Posta elettronica certificata) è oggi tema quotidiano per l’attività legale e vista la indeterminazione nell’uso degli strumenti informatici, che in molti casi sono ancora troppo recenti per avere una taratura consolidata, l’uso ed il valore che le si da è sovente motivo di pronunce della Cassazione, la quale recentemente ha affrontato il tema degli allegati alla Pec e del valore della Pec nel suo complesso.

Pec, processo e la questione degli allegati. La Pec garantisce che durante la trasmissione di un messaggio gli allegati non vengano alterati, ma non ne certifica il contenuto verso terzi. È quanto affermato dai giudici della Corte di cassazione (sez. IV penale) con la sentenza n. 43498 dello scorso 21 settembre. I giudici di piazza Cavour hanno, altresì, aggiunto che da un punto di vista tecnico-informatico, la Pec può contenere file allegati. Tuttavia, da un punto di vista legale, il gestore Pec non offre la garanzia della genuinità degli stessi. In buona sostanza il gestore Pec non certifica affatto il contenuto del messaggio. In altri termini il ricorrente allega una mera certificazione Pec di invio e ricezione, ma non l’allegato contenuto dalla mail; una trasmissione Pec certifica che una certa trasmissione è avvenuta tra due indirizzi email Pec, ma non certifica (giuridicamente) quello che la «busta elettronica» conteneva. Nel caso, infatti, in cui si voglia inviare, insieme al testo dell’email, un file, conferendo allo stesso il valore di originale, sarà necessario utilizzare il sistema di firma digitale sul documento (si veda anche circolare del 20 gennaio 2014, n. 3 della Ragioneria gen. Stato). Il thema decidendum sottoposto all’attenzione degli Ermellini vedeva che con sentenza il gup dichiarava: Tizio responsabile dei reati a lui ascritti e relativi a violazioni della normativa sugli stupefacenti e lo condannava alla pena di anni 10 di reclusione; Caio responsabile del reato a lui ascritto, con la recidiva aggravata, e relativo a violazioni della normativa sugli stupefacenti e lo condannava alla pena di anni 8 di reclusione; e così anche per altri imputati con pene logicamente diverse in base ai casi. Con sentenza la Corte di appello, adita dagli imputati, all’esito dell’udienza camerale, preso atto della rinuncia di tutti i ricorrenti ai motivi di appello relativi all’accertamento della penale responsabilità, limitandoli alla determinazione della pena, in parziale modifica della sentenza di primo grado, rideterminava le pene in melius. Poi, il ricorso per Cassazione.

Se l’atto è portato a conoscenza, la notifica via Pec non è nulla. Secondo i giudici della Cassazione (sez. I Civile, ordinanza n. 22007/17; depositata il 21 settembre) non meriterebbe censura una sentenza impugnata, nella parte in cui escluderebbe che l’effettuazione presso la cancelleria, anziché presso l’indirizzo di posta elettronica certificata del procuratore costituito nel giudizio di primo grado, comportasse l’inesistenza della notificazione dell’atto di appello, e quindi l’inammissibilità dell’impugnazione: nonostante l’errata individuazione da parte dell’appellante delle modalità di notificazione applicabili alla fattispecie, l’avvenuta consegna dell’atto ad opera dell’ufficiale giudiziario competente in forme corrispondenti a quelle consentite da disposizioni tuttora in vigore, sia pure in via sussidiaria rispetto a quelle concretamente applicabili, assicura infatti la riconducibilità del procedimento notificatorio ad uno degli schemi astrattamente prefigurati dal legislatore; risulta pertanto giustificata l’affermazione della mera nullità della notifica e dell’intervenuta sanatoria della stessa, con efficacia retroattiva, per effetto della costituzione dell’appellato, con la conseguente esclusione dell’inammissibilità del gravame. I giudici di piazza Cavour si sono rifatti a un recente quanto consolidato orientamento dettato dalla giurisprudenza, hanno dichiarato non necessario, in quanto estraneo al modello legale della notificazione, il requisito del collegamento tra il luogo in cui è stata effettuata ed il destinatario, attribuendo invece rilievo alla sussistenza degli elementi strutturali idonei a rendere riconoscibile l’atto come notificazione. È stato così affermato che, in base ai principi di strumentalità delle forme degli atti processuali e del giusto processo, l’inesistenza della notificazione è configurabile, oltre che nel caso di totale mancanza materiale dell’atto, nelle sole ipotesi in cui non ricorrano a) l’attività di trasmissione svolta da un soggetto qualificato, dotato, in base alla legge, della possibilità giuridica di compiere detta attività, in modo da poter ritenere esistente e individuabile il potere esercitato; b) la fase di consegna, intesa in senso lato come raggiungimento di uno qualsiasi degli esiti positivi della notificazione previsti dall’ordinamento (in virtù dei quali, cioè, la stessa debba comunque considerarsi ex lege eseguita). Ogni altra ipotesi di difformità dal modello legale ricade invece nella categoria della nullità, sanabile, con efficacia ex tunc, o per raggiungimento dello scopo, a seguito della costituzione della parte intimata (anche se compiuta al solo fine di eccepire la nullità), o in conseguenza della rinnovazione della notificazione, effettuata spontaneamente dalla parte stessa oppure su ordine del giudice ai sensi dell’art. 291 cod. proc. civ. (cfr. Cass., Sez. Un., 20/7/2016, n. 14916; v. anche Cass., Sez. VI, 27/1/17, n. 2174).

Sul valore della Pec. E infine i giudici sempre della Cassazione (sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 21375/17; depositata il 15 settembre) si sono soffermati con una articolata pronuncia sul valore della Pec, asserendo che la comunicazione della dichiarazione dell’evento interruttivo del giudizio effettuata a mezzo Pec (dal difensore della parte interessata dall’evento al difensore della controparte), essendo equivalente a notificazione effettuata per mezzo del servizio postale, deve ritenersi idonea a dimostrarne la conoscenza legale da parte del destinatario, almeno in mancanza di prova contraria. La questione vedeva la Corte di appello che aveva ritenuto tardiva la riassunzione del giudizio, in quanto l’evento interruttivo, e cioè il fallimento della società opposta, era stato portato a conoscenza del procuratore della società opponente attraverso una specifica dichiarazione effettuata dal procuratore della stessa società opposta, comunicata a mezzo Pec. Secondo la società ricorrente, tale comunicazione non sarebbe idonea a determinare la conoscenza legale dell’evento, e il termine per la riassunzione dovrebbe farsi decorrere dalla data in cui il giudice aveva dichiarato l’interruzione del processo (con conseguente tempestività della sua riassunzione). Inoltre nella sentenza in commento è stato osservato che occorre tener conto che ai sensi degli artt. 4 e 6 del dpr 68/2005, «la posta elettronica certificata consente l’invio di messaggi la cui trasmissione è valida agli effetti di legge» (art. 4, comma 1), e «la ricevuta di avvenuta consegna fornisce al mittente prova che il suo messaggio di posta elettronica certificata è effettivamente pervenuto all’indirizzo elettronico dichiarato dal destinatario e certifica il momento della consegna tramite un testo, leggibile dal mittente, contenente i dati di certificazione» (art. 6, comma 3).

Angelo Costa

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