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Alle start up 210 milioni in due anni: da bollette e «tassa Ryanair» la dote

Alla fine oltre ai contenuti, perlopiù già anticipati nei giorni scorsi, sono le coperture a dominare la discussione in Consiglio dei ministri sul decreto sviluppo bis. Gli incentivi fiscali all’investimento in start up vengono coperti con parte delle risorse che la Cassa Conguaglio per il settore elettrico, alimentata dal gettito della tariffe elettriche e del gas naturale, destina a progetti per l’efficienza energetica. Non solo. Spunta una “tassa su Ryanair” sul modello di quanto già fatto in Francia. Un centinaio di milioni di euro verrebbe infatti ricavato da una norma che equipara la tassazione della compagnia irlandese, che oggi è sottoposta alle aliquote del suo Paese, a quella che grava su tutte le altre compagnie che operano in Italia. Attualmente, infatti, Ryanair utilizzando la direttiva Ue sui lavoratori mobili paga aliquote contributive del 12% – contro il 37% in Italia – applicandole anche ai lavoratori italiani stabilmente occupati sul territorio italiano. Altre fonti di copertura sarebbero ancora all’esame del ministero dell’Economia.
Il decreto prevede un fabbisogno di 258 milioni per il 2013, 220 milioni per il 2014, 194 milioni per il 2015, 194 milioni per il 2016, 133 per il 2017 e 160 annui a seguire. In particolare, per la parte relativa alle imprese, l’impatto è di 530 milioni in cinque anni: 70 milioni nel 2013, 140 nel 2014, 110 nel 2015 e nel 2016, 100 nel 2017. Cifre alle quali si aggiungono 150 milioni per la banda larga.
A sorpresa, il provvedimento imbarca anche un comma elaborato dal Tesoro sui pagamenti alle imprese dei debiti commerciali della Pa. La disposizione interviene sull’articolo 35 del decreto liberalizzazioni che stanziava 2,7 miliardi per pagare le imprese: ora si prevede che la quota di risorse non utilizzate, torni in qualche modo nella disponibilità della pubblica amministrazione per altri obiettivi, le somme possono cioè essere destinate alla «reiscrizione di somme corrispondenti a residui passivi perenti non connessi a transazioni commerciali».
Per il resto il Dl coordinato dallo Sviluppo economico mantiene la fisionomia iniziale, con ampio spazio ad Agenda digitale e startup, il credito di imposta per le nuove infrastrutture (secondo Passera potrà spingere opere per 15 miliardi), il Desk per l’attrazione degli investimenti esteri, la patrimonializzazione dei Confidi, il finanziamento delle zone franche al Sud con fondi comunitari, il rafforzamento della liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Per le assicurazioni arriva lo stop alle clausole di tacito rinnovo, il contratto base per tutte le compagnie, la libertà di collaborazione per agenti monomandatari, la centrale anti-frodi dell’Ivass.
Uno dei pilastri del pacchetto digitale è costituito dal documento unificato carta d’identità elettronica-tessera sanitaria che, con la previsione del rilascio gratuito per i cittadini, richiede una copertura impegnativa (82 milioni di euro l’anno per 10 anni) sulla quale, assicura il ministro della Pa Filippo Patroni Griffi, «non ci saranno problemi». Scatterà solo nel 2014 l’obbligo per esercenti e professionisti di consentire pagamenti con bancomat, con soglia da fissare con successivo decreto ministeriale che potrà stabilire anche l’estensione ai cellulari.
Il pacchetto startup ruota intorno agli incentivi fiscali per chi investe nelle nuove aziende, alla raccolta diffusa di capitali di rischio tramite portali online, all’accesso gratuito e semplificato al Fondo centrale di garanzia (ma salta la sezione dedicata da 50 milioni di euro). Via libera al contratto tipico: le assunzioni con contratto a termine, entro 36 mesi, potranno essere rinnovate senza dover rispettare i termini canonici, e a questi contratti non si applicherà il contributo addizionale dell’1,4% invece previsto in tutti gli altri casi per finanziare l’Aspi. Viene poi rafforzata la norma per la soluzione delle crisi da sovraindebitamento dell’imprenditore sotto le soglie di fallibilità oppure del consumatore, dopo avere preso atto dello scarsissimo utilizzo delle norma varate dal Parlamento a inizio anno.

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