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Alle porte lo stimolo Bce

L’inflazione negativa nell’Eurozona nel mese di dicembre ha ormai definitivamente spostato la discussione nel consiglio della Banca centrale europea, non solo dal “se” la Bce approverà acquisiti di titoli pubblici per cercare di rilanciare l’inflazione e l’economia, ma anche dal “quando”, dato che ormai appare difficilmente ipotizzabile, pena una grave perdita di credibilità, un ulteriore rinvio alla riunione del 22 gennaio, che potrebbe eventualmente posporre solo alcuni dettagli dell’operazione. I mercati sono ormai concentrati sul “come” la Bce farà il suo “quantitative easing” (Qe), che per forza di cosa sarà diverso da quelli realizzati negli anni scorsi dalle altre grandi banche centrali.
Il capo economista della banca, Peter Praet, ha ricordato nei giorni scorsi, che l’ulteriore stimolo dipenderà dall’insufficienza delle misure già annunciate (che appare ormai evidente) e dal deterioramento delle prospettive d’inflazione (sia quella attuale, sia, soprattutto, le aspettative di medio termine): su entrambi i punti, ci siamo, ha ammesso Praet. Già a dicembre si era detto del resto che la situazione sarebbe stata rivista all’inizio del 2015 ed essa è nettamente peggiorata.
La discussione per costruire un consenso credibile sulla decisione è però ancora in corso e accesa e può influenzare le modalità del Qe all’europea. La scelta più semplice sarebbe basare gli acquisti di titoli del debito pubblico sulla quota del capitale della Bce dei singoli Paesi. Ha alcune controindicazione tecniche, ma soprattutto incontra l’opposizione della Bundesbank e di alcuni altri membri del consiglio, che ritengono che spegnerebbe la spinta alle riforme economiche e introdurrebbe in modo surrettizio una mutualizzazione del debito. Resta l’opzione che molti osservatori di mercato ritengono più probabile, eventualmente con qualche correttivo.
La seconda possibilità, suggerita dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, è quella di acquistare solo titoli poco rischiosi (se sola tripla A, di fatto Germania e Francia): una scelta che ufficializzerebbe, secondo una nota degli economisti di Bank of America Merrill Lynch, la divisione in due dell’Eurozona, fra centro e periferia, aumentandone la frammentazione, che si vuole invece ridurre. Molti titoli tedeschi, tra l’altro, offrono oggi rendimenti negativi.
La terza, anch’essa adombrata da Weidmann, escluderebbe la condivisione del rischio, che resterebbe alla banche centrali nazionali (quindi ai singoli Paesi). Amplierebbe il consenso in consiglio, ma manderebbe un chiaro segnale che la Bce stessa non ha fiducia che l’euro sia per sempre e quindi si premunisce (con quella che peraltro alcuni ritengono sia una foglia di fico: se la Grecia fa default, come potrebbe coprire le perdite della propria banca centrale, e queste non finirebbero per riflettersi sulle altre, attraverso il sistema di pagamenti Target 2?). Una possibile reazione negativa dei mercati a questa scelta spingerebbe al rialzo gli spread dei Paesi periferici, riducendo l’efficacia del Qe.
Ci sono poi due eventi chiave che nelle prossime settimane potrebbero influenzare le modalità del Qe. Il primo, il 14 gennaio, è la decisione preliminare della Corte europea di giustizia sul ricorso della Corte costituzionale tedesca sulla legittimità del piano anti-crisi Omt. Quello fu criticato fra l’altro dalla Corte di Karlsruhe per essere illimitato, il che indurrebbe la Bce a fissare limiti di dimensioni e temporali al Qe, secondo Alain Durré, di Goldman Sachs. Il secondo sono le elezioni in Grecia del 25 gennaio, che potrebbero spingere la Bce a rinviare la definizione di alcuni dettagli (fra cui l’inclusione e la modalità dell’acquisto di titoli greci) alla riunione di marzo. Intanto, a febbraio, per la prima volta, la Bce pubblicherà il resoconto della discussione in consiglio, il che dovrebbe aiutare a far luce su come si arriverà a una delle decisioni più importanti della breve vita della Bce. E delle più controverse.

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