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Alle imprese conto da 4 miliardi per adeguarsi al Codice crisi

Una svolta se non necessaria certo opportuna, ma senza dubbio costosa. Perché il conto delle imprese, soprattutto medio-piccole, per adeguarsi la nuovo codice della crisi non è certo banale e si aggira intorno ai 4 miliardi di euro. Con uno scenario ulteriore: se si verificasse un’ampia diffusione dei servizi di tesoreria, che segnalano tempestivamente le situazioni di difficoltà, la spesa si attesterebbe a 6 miliardi circa. A sostenerlo è il Cerved nel Rapporto dedicato alle Pmi, presentato ieri a Milano alla sede della Borsa.

Fari puntati allora soprattutto sulle procedure di allerta, su quelle misure cioè indirizzate a favorire il risanamento delle imprese in crisi temporanea, antecedente comunque all’insolvenza conclamata. Procedure che si basano su due pilastri: gli strumenti di allerta, che fanno emergere precocemente i casi di crisi, e gli obblighi per le aziende di dotarsi di «assetti organizzativi adeguati alla rilevazione tempestiva della crisi».

Nel concreto, questo richiede alle imprese italiane, sottolinea il Rapporto, di dotarsi di sistemi in grado di diagnosticare l’evoluzione del rischio di default a breve termine: una novità significativa per un sistema di Pmi abituato a navigare a vista, e che ha come elemento centrale l’introduzione di sistemi di tesoreria che diano indicazioni tempestive sulla capacità delle imprese di disporre della liquidità necessaria per i successivi 6/12 mesi.

Complessivamente la spesa potrebbe essere, a regime, pari a poco meno di 4 miliardi di euro (3,8), sostenuti per lo più dalle piccole società con obbligo di nomina di un sindaco/revisore (1,1 miliardo) e dalle medie società (1 miliardo). A incidere maggiormente sono i costi per dotarsi di sistemi per individuare i fondati indizi della crisi (2 miliardi, di cui la metà a carico delle Pmi), seguiti da quelli necessari per dotarsi e sostenere le strutture di governance (1,3 miliardi, di cui 0,9 calcolati per le Pmi). La formazione e i costi per il personale delle imprese costerebbero 463 milioni di euro all’anno, sostenuti per poco meno della metà dalle Pmi. Mediamente le società minori senza obbligo di nomina di revisori o sindaci pagheranno poco meno di 2mila euro per adeguarsi alle nuove norme. I costi salgono significativamente per le imprese che invece sono soggette all’obbligo di introdurre organi di controllo o di revisione: circa 15.000 euro per le piccole società, 38.000 per le medie, 135.000 per le grandi.

Per completezza però il Rapporto mette anche in evidenza i ritorni, a fronte dello scenario di maggiore spesa di 6 miliardi: in questo caso, infatti, i vantaggi sarebbero molto superiori (9,9 miliardi), grazie alla capacità del sistema di salvare molte imprese dal default e di permettere tassi più alti di recupero degli attivi nelle società comunque destinate a uscire dal mercato.

Sempre ieri a Milano in un convegno organizzato dalla Camera di commercio di Milano e dalla Camera arbitrale, sono emerse le stime di Banca d’Italia sul numero di imprese che potrebbero essere segnalate agli Ocri: circa 10.000 su 120.000 società obbligate all’adozione dell’organo di controllo interno (Confindustria con una stima più larga sull’intero perimetro delle interessate ne valuta tra 25.000 e 30.000).

Giovanni Negri

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