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Alle donne salari più bassi del 20%

di Francesca Barbieri

«Un tema vero e centrale, che vogliamo affrontare in modo energico». Parole del ministro del Welfare con delega alle pari opportunità, Elsa Fornero, a proposito della scarsa presenza femminile nel mercato del lavoro italiano. Sconfortante il tasso di occupazione, oggi appena al 46,2%, che posiziona il nostro Paese agli ultimi posti del ranking europeo. Si apre un'altra settimana calda per il confronto tra Governo e parti sociali sulla riforma: tra i punti in agenda contratti, formazione e apprendistato, flessibilità, ammortizzatori sociali e servizi all'impiego. Obiettivo dichiarato è arrivare entro un mese a un disegno di legge per realizzare un restyling deciso di un mercato del lavoro da cui sono troppi gli esclusi, donne in testa insieme ai giovani.
Nel lavoro – come ha ribadito il ministro Fornero nei giorni scorsi – le donne hanno maggiori difficoltà nell'accesso, minore continuità e ridotte possibilità di fare carriera, pur partendo da un livello di istruzione superiore.
Una frattura ben evidente anche in busta paga. È del 20% il gap salariale rispetto agli uomini: ogni mese le lavoratrici italiane ricevono in media 1.104 euro netti, contro i 1.379 riconosciuti ai colleghi maschi. E il titolo di studio non aiuta ad abbassare il divario: nonostante gran parte delle occupate (73,4% contro il 59,9% degli uomini) sia diplomata o laureata, secondo un'elaborazione del Centro studi Sintesi per Il Sole 24 Ore, i guadagni netti delle graduate sono più bassi di quasi il 22% rispetto ai colleghi con pari titolo di studio, dislivello che scende al 21,2% per le diplomate.
Non si arriva alla parità nemmeno se si considera la posizione nella professione. «Le dipendenti – spiega Catia Ventura, direttrice del Centro studi Sintesi – benché mediamente più istruite degli uomini e più presenti nei livelli impiegatizi, non riescono a raggiungere le posizioni di potere, sono più precarie e lavorano più degli uomini a tempo parziale». Tra gli operai, il gender pay gap è del 32%, tra gli impiegati (dove si concentra il 59% del gentil sesso) del 19%, tra i quadri del 16 per cento. Ai vertici dirigenziali, invece, la distanza si assottiglia a poco più del 4%, ma è marginale la quota di occupate (appena l'1,3%) che arriva ricoprire posizioni di comando.
«L'effetto "schiacciamento" delle prospettive professionali delle donne – aggiunge Ventura – e il loro impiego in settori che offrono un salario più basso appiattiscono le loro retribuzioni su livelli inferiori rispetto agli uomini».
Differenze si incontrano anche sul territorio: le donne che lavorano al Settentrione hanno un salario maggiore rispetto a quelle del Mezzogiorno, ma le diversità tra generi si fanno più evidenti al Nord rispetto al Sud, anche perché nel Meridione è molto alta la quota di disoccupate (15,4% contro una media del 9%) e soprattutto di inattive (64% rispetto a una media del 49,4%).
I dislivelli massimi in busta paga si registrano in Liguria (-26,1%), mentre agli antipodi troviamo la Sicilia (-13,9 per cento). In Puglia la retribuzione media netta più bassa, pari a 864 euro.
Anche il diverso inquadramento contrattuale, secondo l'elaborazione di Sintesi, contribuisce al gap salariale di genere. Le donne lavorano di più con formule contrattuali atipiche (14,6% rispetto al 10,3%) e part-time (20,3% contro il 2,3% degli uomini).

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