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Alle comunità delle rinnovabili spinta da 2,2 miliardi nel Pnrr

Il recovery plan scommette sulle comunità energetiche rinnovabili e sui gruppi di autoproduzione. Con una dote di 2,2 miliardi concentrati su famiglie, microimprese e pubbliche amministrazioni nei Comuni sotto i 5mila abitanti.

L’obiettivo è dare la spinta decisiva a una formula che sta muovendo oggi i primi passi in Italia. E che prevede l’installazione di impianti rinnovabili a livello di quartiere o di condominio e l’erogazione per 20 anni di un incentivo legato alla quantità di energia autoconsumata dai partecipanti.

I fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) – insomma – si inseriscono in un scenario in cui l’Italia ha già avviato un meccanismo di incentivazione sperimentale, in attesa di recepire compiutamente la direttiva europea Red II (2018/2001) sulle fonti rinnovabili.

Tra le prime esperienze ci sono l’impianto solare fotovoltaico (da 20 kW) sul tetto del palazzo comunale di Magliano Alpi, in provincia di Cuneo. E quello alla periferia di Napoli, promosso da Legambiente in collaborazione con la Fondazione Famiglia di Maria. «Le comunità energetiche diventano interessanti con la progressiva riduzione dei costi degli impianti e dei sistemi di accumulo – osserva Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente –, ma questo primo progetto che abbiamo seguito, e che ha richiesto sei mesi, ha messo in luce anche una serie di limiti dell’attuale disciplina».

Oggi, ad esempio, l’impianto comunitario non può superare i 200 kW di potenza e possono far parte della comunità soltanto i soggetti “agganciati” a una stessa cabina elettrica secondaria, un perimetro molto piccolo. E anche solo per sapere a quale cabina fa riferimento una certa utenza serve tempo, perché va inviata una richiesta individuale al gestore di rete. «La verità è che tu dovresti poter fare la comunità con chi è interessato e ne ha convenienza, come un bar o un esercizio commerciale che consuma molta energia di giorno quando l’impianto produce, ma magari è agganciato a un’altra cabina, o come le università e i soggetti del terzo settore, oggi esclusi – spiega ancora Zanchini –. È importante che la normativa a regime superi questi limiti».

L’assetto attuale, infatti, è ancora quello transitorio introdotto all’inizio del 2020 dal Milleproroghe. Da lì sono arrivati il decreto attuativo, la delibera dell’authority Arera e l’apertura del portale per le domande di incentivazione, messo online dal Gse lo scorso 22 dicembre. Due settimane fa, però, il Senato ha dato l’ok definitivo alla legge di delegazione europea (la 53/2021), che tra l’altro incarica il Governo di recepire la Red II: il termine è il prossimo 30 giugno e le nuove regole dovranno tenere conto anche del recovery plan nel frattempo messo a punto dal Governo.

Il Pnrr si focalizza sulle aree «in cui si prevede il maggior impatto socio-territoriale», per sostenere l’economia dei piccoli centri spesso a rischio di spopolamento e rafforzare la coesione sociale. Il piano non spiega come saranno investititi i 2,2 miliardi di euro, né il ministero della Transizione ecologica ha dato indicazioni più precise. Il recovery indica però un obiettivo generale: «installare circa 2.000 MW (megawatt, ndr) di nuova capacità di generazione elettrica in configurazione distribuita», con una produzione di 2.500 GWh (gigawattora) di energia pulita all’anno. «Questo quantitativo di energia è proprio quello che, nelle nostre elaborazioni, marca la differenza tra uno sviluppo intermedio e uno sviluppo accelerato delle comunità e dei gruppi di autoconsumo da qui al 2025», commenta Davide Chiaroni, vicedirettore Energy strategy group del Politecnico di Milano. Insomma: i fondi del recovery plan potrebbero spingere i “produttori collettivi” a passare da 4mila a 6.500 GWh annui di elettricità.

«L’aiuto pubblico può essere fondamentale in tutte quelle realtà che altrimenti faticherebbero a realizzare gli impianti e sviluppare le comunità», rileva ancora Chiaroni. Anche se in certi casi è possibile sfruttare la detrazione del 50% o il superbonus del 110%, nelle aree svantaggiate l’ostacolo da superare è spesso il costo iniziale dell’impianto: i sostegni pubblici potrebbero funzionare come fondi rotativi o garantire i finanziamenti bancari, senza sostituirsi agli incentivi sull’energia autoconsumata, e richiamando così l’attenzione di Esco e utility su questi particolari mercati.

Non ci sono ancora dati ufficiali, ma tutti gli operatori indicano che le domande di incentivazione sono appena agli inizi. I progetti in fase di studio o di avvio, comunque, sono già alcune centinaia, almeno stando a quanto emerso in un primo ciclo di 14 webinar finora condotti dal Gse su base regionale con amministratori, associazioni dei consumatori e realtà del terzo settore.

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