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«Alle aziende serve un padrone Tanti soci? Non sempre un vantaggio»

Se c’è qualcuno che oggi rappresenta ciò che un’impresa familiare può essere, nel bene e nel male, questo è Pietro Marzotto. Settantasette anni, Pietro è figlio di quel Gaetano Marzotto che negli anni tra il Venti e il Trenta del Novecento ha tirato su case, asili, scuole, centri per i disabili e per gli anziani che sono uno dei capisaldi dell’impresa sociale italiana. E, poi, a sua volta, Pietro Marzotto, succeduto al padre Gaetano, è stato per lustri alla guida di un gruppo che rappresentava uno dei centri economici più importanti del Paese, imprenditore tra i pochi a investire profittevolmente in Germania (con Hugo Boss), a lungo impegnato nelle associazioni imprenditoriali. Poi, la diaspora familiare e l’allontanamento. Oggi Pietro Marzotto ha fatto un investimento in Peck, la gastronomia milanese, e poco di più. «Sono vecchio, ai nuovi investimenti penseranno, se lo vorranno i miei figli».
Oneri
Partiamo da Valdagno, il comune in provincia di Vicenza che rappresenta la storia Marzotto. C’è un parallelo che lega «quella» Marzotto alla Ferrero, alla Barilla fino alla Luxottica di Leonardo Del Vecchio? «Ogni epoca — risponde Marzotto — ha le sue esigenze. Quando mio padre costruiva le istituzioni sociali a Valdagno, non esisteva il sindacato, non c’erano conflitti con i lavoratori. C’era, invece, il bisogno di venire incontro alle esigenze reali della gente che lavorava nell’azienda. Lo si è chiamato paternalismo totalitaristico… Mio padre diceva che “se tutto questo è paternalismo sono contento di averlo fatto”. Ma sapeva che con lo sviluppo e la crescita dell’educazione e della democrazia tutti gli interventi privati sarebbero stati fatti dalla mano pubblica. Lo scriveva nel 1951 in un volumetto che ho rieditato nel 2009 per i 50 anni della Fondazione Marzotto. E così è stato. Un grande imprenditore come Leonardo Del Vecchio ha fatto molto per il welfare ma in aggiunta a ciò che già i contributi sociali permettono».
Cita un dato, Marzotto, che fa ben capire l’inversione avvenuta in un secolo. «Vado a memoria — premette — ma ai tempi di mio padre il costo orario del lavoro era per l’80% salario e per il 20% oneri sociali. Oggi è per il 40% salario e per il 60% oneri sociali e fiscali».
Altro discorso, invece, è se esistono ed esisteranno ancora figure di imprenditori del calibro di Gaetano Marzotto, di Michele Ferrero, di Achille Maramotti (l’inventore di Max Mara) o di Del Vecchio. «Non credo che morta la generazione che ha preceduto la mia, o morta la mia, non ci sarà più linfa vitale per l’impresa. In Italia ce n’è, ed è tanta. Rispetto ad altri Paesi come gli Stati Uniti noi abbiamo più morti e più nascite di imprese perché l’Italia è un Paese fertile di inventiva e di voglia di fare ma ha da sempre un habitat poco favorevole all’impresa». Come mai? «Perché abbiamo il guaio di mescolare la cultura cattolica con quella comunista che sono entrambe conservatrici, mentre il progresso ha bisogno del cambiamento».
Molto si discute, quando si parla di imprese familiari, dell’attaccamento al territorio e del ruolo sociale dell’azienda. «L’imprenditore — risponde Marzotto — deve creare profitto. Questo è il ruolo sociale dell’impresa: produrre più di quello che consuma in un’ottica di sostenibilità. E la sostenibilità — aggiunge — presuppone il tempo. Chi ha un buon prodotto al giusto prezzo continuerà a crescere, a trovare mercati. Diversa è la speculazione o l’impresa che cresce perché ha avuto un evento, un provvedimento legislativo: quella ha le gambe corte».
Legami
C’è un altro mito da sfatare per Pietro Marzotto ed è quello del territorio. «Credo che ognuno dei grandi imprenditori di cui abbiamo parlato, mio padre, Michele Ferrero o Leonardo Del Vecchio abbiano una profonda affezione al proprio territorio. Ma ciascuno di loro è allo stesso tempo consapevole del fatto che si deve produrre là dove la produzione è più competitiva se si vuole assicurare lunga vita all’impresa. Il distacco — prosegue — lo crea la globalizzazione. Ottant’anni fa il mercato era quello nazionale, l’Europa, gli Stati Uniti. Oggi invece i mercati sono mondiali e la comunicazione viaggia alla velocità del suono. Non slega il rapporto di affezione con la terra, ma crea un rapporto di interesse più vasto per l’imprenditore, che non può essere ignorato. Io, dopo mio padre, e lo dico a malincuore, ho aperto tanti stabilimenti ma nessuno in Italia, dove anzi ne ho chiusi. Fa parte della professione dell’imprenditore perché l’imprenditoria è una professione, non una vocazione. Ma ho moltiplicato di molte volte il valore della Marzotto».
Già, la Marzotto. Un gruppo che è oggi è molto diverso da quello che Pietro ha guidato. Il tessile con la Marzotto (che ha comprato Ratti) ad alcuni rami della famiglia, una partecipazione del 7% in Hugo Boss (l’azionista di riferimento è il fondo Permira che però sta uscendo) e il gruppo Zignago Santa Margherita ad altri rami della famiglia.
La divisione è un destino? «Le imprese sono familiari se hanno un padrone, sono abbastanza familiari se hanno cinque-sei azionisti come eravamo noi fratelli con una quota di maggioranza di una società quotata. Quando si va ai cugini, e le quote si moltiplicano mentre i legami si allentano, le imprese diventano un coacervo di interessi, dove c’è chi preferisce fare impresa e chi realizzare l’investimento e vince la maggioranza. Come è successo da noi, io preferivo continuare a fare impresa, altri, la maggioranza, realizzare».
Adesso che Michele Ferrero è scomparso c’è timore che Ferrero possa essere ceduta? «Non vedo perché il figlio dovrebbe farlo, ho conosciuto suo fratello Pietro (scomparso nel 2011, ndr ) che era con me nel consiglio di Mediobanca, bravissimi ragazzi. Quelle sono multinazionali che devono distinguere il ruolo dell’azionista da quello del management e credo che Ferrero abbia imparato bene questa impostazione. In ogni caso, non mi sono mai preoccupato dei passaggi di proprietà: vuol dire che c’è qualcuno interessato a fare ciò che qualcun altro lascia. Non può che fare meglio».
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