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Allarme utili e sospetti di insider Saipem crolla travolgendo la Borsa il titolo brucia oltre 4 miliardi

MILANO — La Borsa italiana torna ad affondare sotto i colpi della speculazione. Piazza Affari, che soltanto lunedì pomeriggio ha festeggiato il ritorno ai massimi degli ultimi undici mesi, è tracollata nella seduta di ieri: l’indice principale ha perso il 3,3 per cento, risultando di gran lunga il listino peggiore in Europa. Ma ancora più grave è il fatto che a innescare il diluvio di vendite – che hanno travolto tutti i titoli principali a cominciare dai bancari – è stato il tracollo di Saipem, società del gruppo Eni, considerata tra le migliori rappresentanti del made in Italy del settore tecnologico, dopo il suo annuncio del taglio dell’utile previsto nel 2013 del 50 per cento. E anticipato, martedì scorso, dalla vendita del 2,3% delle azioni da parte di un investitore istituzionale che ha provocato una indagine della Consob per sospetto insider trading.
Ma Saipem, da un mese e mezzo a questa parte, è anche al centro di una inchiesta giudiziaria per presunte tangenti pagate per una commessa in Algeria, principale fornitore di gas dell’Italia; scandalo giudiziario costato il posto all’amministratore delegato Pietro Tali e all’ex direttore finanziario di Eni, Alessandro Bernini. E non è tutto: anche quanto accaduto in Borsa ieri potrebbe finire presto sotto la lente dei magistrati, non appena la Consob – l’autorità di controllo dei mercati – avrà terminato la sua inchiesta.
Ma andiamo con ordine. Il fuggi fuggi dalle azioni della Borsa milanese è stato scatenato dalla caduta delle azioni di Saipem, (di cui Eni possiede il 43 per cento del capitale), leader mondiale nell’esplorazione e ricerca di prodotti petroliferi, sia sulla terraferma, sia in alto mare. Un colosso con oltre 20 miliardi di portafoglio ordini e una capitalizzazione di oltre 13. Questo fino all’altro giorno, perché in una sola seduta, Saipem ha perduto il 34 per cento del suo valore e ora di miliardi ne vale poco più di 9: in poche ore sono stati bruciati 4,5 miliardi, cifra che – per capirci – è la capitalizzazione di Borsa di società come Pirelli o Mediobanca.
Una botta per molti piccoli risparmiatori, visto che Saipem è stato considerata negli ultimi anni – per le sue altre prestazioni e per la capacità di produrre utili un titolo da “cassettista”, oltre al fatto di essere presente nel portafoglio dei più importanti fondi di investimento. Ma la perdita secca è stata registrata dal Tesoro, che ha visto scendere di 2 miliardi il valore della sua quota di possesso di Eni: il crollo di Saipem ha trascinato al ribasso anche la controllante, che ha chiuso le contrattazioni in ribasso del 4,22 per cento.
Ma come è potuto accadere un simile terremoto che ha riportato un clima di sfiducia nei confronti della finanza italiana? Tutto nasce dall’annuncio dato martedì pomeriggio, a Borsa chiusa, dai nuovi vertici di Saipem, in particolare dal neo amministratore delegato Umberto Vergine. Il quale si è visto costretto ad annunciare al mercato che i conti di Saipem non vanno così bene come si pensava e andranno ancora peggio. In sostanza, gli utili prima delle tasse del 2012 sono stati ridotti del 6 per cento, ma ancora più consistente è la riduzione per il 2013, addirittura del 50 per cento. Lo stesso per l’utile netto: per il 2013 non dovrebbe superare i 450 milioni di euro, a fronte di 900 milioni per il 2012.
Una sorta di pulizia di bilancio, causata da una parte dal ritardo di alcuni appalti già vinti ma che produrranno reddito solo a fine 2103, dall’altra dalla rinegoziazione di alcuni vecchi contratti che frutteranno meno di quanto previsto. In gergo tecnico si chiama “profit warning”, allarme sui profitti che ha alimentato il timore che la salute finanziaria della società possa anche essere peggiore. Nel tentativo di “raffreddare la situazione” la Consob ha vietato per tutta la giornata odierna le vendite allo scoperto.

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