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Allarme su debito Usa e frenata Brics

L’economia globale rallenta, ma non è colpa solo delle esitazioni politiche verso una più stretta «unione bancaria e fiscale dell’Eurozona». Ci sono altri due motivi di preoccupazione all’orizzonte per gli economisti del Fmi: il rischio di «eccessivo inasprimento fiscale» negli Stati Uniti, dove il deficit potrebbe ridursi di «oltre 4 punti percentuali di Pil nel 2013», cioè 600 milioni di dollari in automatico in maggiori tasse e minori consumi, se non ci sarà un accordo bipartisan per evitare il “precipizio fiscale”, e la brusca frenata del Pil dei Brics, in particolare Cina, India e Brasile.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’Fmi ricorda i pericoli legati all’ipotesi che il presidente americano, Barack Obama, non riuscisse a trovare un accordo politico con i repubblicani al Congresso sul cosiddetto «fiscal cliff», cioè il “precipizio fiscale”, e bloccando così il rinnovo delle riduzioni fiscali alla classe media (escludendo però a differenza di George W. Bush i più ricchi) e successivamente non riuscendo ad alzare il fatidico “tetto” del debito americano che ormai aumenta di 100 miliardi di dollari al mese.
Gli Stati Uniti (unico Paese al mondo ad avere questa norma stravagante) devono decidere di alzare il tetto al debito pubblico con un voto parlamentare per evitare una contrazione automatica della spesa federale con chiusura di ministeri e altre misure draconiane. Questa eventualità, che si somma al possibile mancato rinnovo delle riduzioni fiscali in un momento di rallentamento economico, è un’ipotesi che l’Fmi vede con molta preoccupazione per il rallentamento che potrebbe creare all’economia americana (già limata al 2% nel 2012, -0,1%) e per trascinamento al resto del mondo.
Un ritardo nell’innalzamento del tetto di indebitamento è grave: il 6 agosto 2011 ha creato le premesse del declassamento di Standard & Poor’s con conseguente perdita della tripla A a Washington. Una decisione che fortunatamente non allarmò più di tanto gli investitori stranieri, un elemento molto sensibile per il Tesoro Usa visto che nel 1945 i creditori esteri detenevano solo l’1% del debito americano, ma ora ne controllano il 46%.
Insomma per l’Fmi il clima politico a Washington, sempre più acceso in vista del voto presidenziale, potrebbe rendere più complicato disattivare le “tagliole automatiche” alla spesa che, se lasciate scattare, avrebbero effetti devastanti negli Usa e per la crescita globale.
L’altro tema di preoccupazione per il team guidato dal capo economista del Fmi, Olivier Blanchard, sono il rallentamento degli emergenti. Il Fondo ha ridotto le stime per India e Cina per quest’anno, nonché per tutti i mercati emergenti, a causa del rallentamento internazionale, un calo della domanda interna degli stessi Brics e una sempre maggiore avversione al rischio da parte degli investitori che creano problemi di fuga di capitali e deprezzamenti improvvisi delle valute.
Il Pil cinese crescerà solo dell’8% nel 2012, rispetto al 8,2% previsto in aprile, e tornerà all’8,5% nel 2013, rispetto all’8,8% di aprile. Nel medio termine, il Fmi vede aumentare «i rischi di un atterraggio brusco per l’economia cinese» a causa di un eccesso di capacità produttiva che porterà a un forte calo degli investimenti per la seconda economia del mondo.
In calo anche le materie prime: il petrolio nel secondo trimestre è a 86 dollari al barile, -25% rispetto ai massimi raggiunti a marzo, a causa di una domanda debole, la riduzione dei rischi geopolitici iraniani e una produzione dei membri dell’Opec sopra le quote stabilite.

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