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Allarme ripartenze

Oltre centomila aziende stanno riaprendo, sono già ripartite o non hanno mai smesso di produrre, malgrado il lockdown. E con sostanziali dubbi sul rispetto dei protocolli di sicurezza. L’allarme lo lancia ufficialmente il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi: «Decidere quando sbloccare le attività produttive spetta al governo, che dice che non è ora. Benissimo. Ma c’è una grande contraddizione con il fatto che con una semplice comunicazione alle prefetture si sono rimesse in moto moltissime imprese spesso senza protocolli per la sicurezza. Non è corretto dire in un modo e poi lasciare che avvenga in un altro».
Un atto di accusa che Rossi allega alla richiesta di via libera, in Toscana, ad alcune produzioni con forte export come moda, oreficeria, costruzione di yacht, già prima della data del 4 maggio. Un’istanza simile a quelle di altre Regioni, come Veneto ed Emilia-Romagna. Ma il governatore toscano alza il velo su un problema sul tavolo di Palazzo Chigi: i decreti che hanno chiuso le imprese, ad esclusione di quelle legate a servizi essenziali o di pubblica utilità, offrono la chance di una deroga alle aziende che, pur non rientrando direttamente nell’elenco, si ritengono parte della stessa filiera produttiva. Un esempio viene da uno degli ultimi settori autorizzati, quello della silvicoltura, che porta con sé il contributo di imprese agricole, di manutenzione, di costruzione di macchine. C’è un amplissimo numero di aziende, in sostanza, che possono lavorare con una semplice «preventiva comunicazione ai prefetti», mentre in precedenza occorreva un’autorizzazione. Il rischio è che, nell’attesa di un eventuale no da parte di prefetture intasate dalle istanze, anche chi non avrebbe diritto ad operare stia aggirando il lockdown.
Il Viminale ha già inviato una nota alle prefetture, che si avvalgono dell’apporto di finanzieri e ispettori di lavoro, invitandole «a una celere definizione delle istruttorie». Ma i controlli sono spesso a campione e i numeri sono eloquenti: fino a metà della settimana scorsa erano 105.727 le comunicazioni di prosecuzione delle attività ricevute dalle prefetture e solo 2.296 i provvedimenti di sospensione. Oltre 35 mila le pratiche in istruttoria. In questa situazione nel Veneto, «la metà delle imprese sono aperte»: è la stima del presidente di Unioncamere Mario Pozza. A Brescia e Bergamo, due delle province più colpite dalla pandemia, sono state presentate oltre seimila comunicazioni da parte di altrettante imprese che, senza un veto esplicito, possono produrre. Alla prefettura di Firenze sono giunte 2.800 comunicazioni di attività in deroga all’elenco delle categorie direttamente autorizzate. Quante sospensioni? Diciotto. Il governo, dopo aver sollecitato le prefetture, va dritto su una linea che prevede poco spazio per chi chiede ufficialmente di ripartire prima del 4 maggio: qualche eccezione, forse, per le attività manufatturiere. Per il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli «si può ragionare su una regionalizzazione delle aperture: nelle zone con un numero inf eriore di persone positive è più facile valutare la catena dei contatti». Di certo, la task force guidata da Colao consegnerà entro mercoledì un elenco di categorie che potranno riavviare gradualmente l’attività: nell’ordine ci sono le manifatture, le costruzioni e il commercio, a patto che ci sia un monitoraggio costante dei dati epidemiologici, un controllo della situazione degli ospedali e che non manchino mascherine e altri dispositivi di protezione. Il premier Conte fra il 27 e il 30 aprile, dopo il consiglio europeo, potrebbe firmare il decreto che terrà conto di queste indicazioni. Ma nelle maglie del lockdown, nel frattempo, si sono infilate migliaie di imprese.

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