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Allarme Ocse sulla crescita

Grido d’allarme dell’Ocse sull’andamento dell’economia mondiale. E appello ai Governi perché adottino – insieme e urgentemente – misure di politica fiscale e strutturale finalizzate a sostenere la crescita.
Il rapporto di aggiornamento intermedio tra i due outlook di novembre e maggio, presentato ieri dall’organizzazione parigina che riunisce le economie avanzate, riduce sensibilmente le previsioni di crescita del 2016 praticamente di tutti i Paesi. Con la sola eccezione della Cina (che rimane a +6,5%) e dell’India (le cui stime sono state ritoccate lievemente al rialzo, dello 0,1% a + 7,4%). Per quanto riguarda l’Italia il taglio, rispetto a tre mesi fa, è dello 0,4%, con un Pil previsto in aumento dell’1 per cento. In linea con l’andamento della zona euro (-0,4% appunto a +1,4%, quando solo venti giorni fa la Commissione Ue immaginava un +1,7%). Dove il ribasso maggiore è quello della Germania (-0,5% a +1,3%), identico a quello degli Stati Uniti (a +2%). La crescita mondiale è stata rivista in calo dello 0,3% a +3% (dopo un primo taglio in novembre dal 3,6% al 3,3%), un dato identico a quello del 2015, che già era stato il peggiore degli ultimi cinque anni.
Mauro Pisu, economista del desk Italia all’Ocse, ha spiegato all’agenzia Radiocor che la revisione relativa al nostro Paese è dovuta «d’un lato a stime preliminari su un andamento del Pil nell’ultimo trimestre del 2015 inferiore al previsto, con un effetto di trascinamento nel 2016, e dall’altro al calo della fiducia delle imprese».
Lo scenario non è purtroppo migliore per il 2017. Anche in questo caso la riduzione è dello 0,3% (a +3,3%), con tutti i Paesi in calo. Tranne il Giappone (+0,1% a +0,6%), l’Italia e la Cina, per i quali sono state confermate le stime di novembre (rispettivamente +1,4% e +6,2%). Gli Stati Uniti non dovrebbero andare oltre il 2,2% (-0,2%). La correzione più forte è quella relativa al Brasile, in pesante recessione quest’anno (-4%, con un taglio delle stime del 2,8%) e fermo l’’anno prossimo (-1,8% rispetto all’outlook di tre mesi fa).
«I livelli del commercio mondiale e degli investimenti – ha sottolineato la capo economista dell’Ocse Catherine Mann nel presentare il rapporto – sono deboli. L’atonia della domanda, che dovrebbe essere uno dei motori della ripresa, si traduce in un’inflazione che continua a essere molto bassa e in un aumento insufficiente di salari e occupazione». In una sorta di meccanismo perverso che si autoalimenta. Un contesto in cui «i rischi di instabilità finanziaria sono considerevoli», anche perché aumenta «la vulnerabilità di molti Paesi emergenti, sensibili alla caduta dei prezzi delle materie prime, che si trovano esposti a indebitamenti interni molto elevati e una crescente volatilità dei flussi di capitali». «Il 3% di crescita mondiale del Pil quest’anno e il 3,3% l’anno prossimo sono ritmi nettamente inferiori al livello medio di lungo periodo pari al 3,75% – dice ancora la Mann – che non consentono ai giovani di trovare un lavoro, ai pensionati di essere sicuri di ricevere l’integralità della loro pensione e agli investitori di avere un corretto ritorno sui loro investimenti».
Una situazione quasi drammatica, quella descritta dall’Ocse. Una tendenza che la sola politica monetaria – che certo «deve continuare a essere accomodante» – non può invertire. Per uscirne, insiste la Mann, bisogna «che ci siano anche le altre due gambe del tavolino». Serve cioè uno «sforzo collettivo e rapido da parte dei Governi sui fronti di una politica di bilancio non restrittiva e finalizzata alla crescita, a partire dalle spese per investimenti produttivi, e delle riforme strutturali, soprattutto per quanto riguarda l’apertura dei mercati dei prodotti e dei servizi e le riforme del mercato del lavoro». Un vero e proprio appello che non a caso arriva alla vigilia del vertice del G-20 che si svolgerà il 26 e 27 febbraio a Shanghai. La Mann segnala la lentezza nella realizzazione del “piano Juncker”, che stando agli annunci dovrebbe avere un impatto positivo del 2,2% (in tre anni) sul Pil europeo ed è invece fermo allo 0,3 per cento. O appunto la frenata del processo di riforme strutturali, dopo l’accelerazione del periodo 2007-2010 e soprattutto 2011-2014.
Ecco quindi la necessità di un colpo di reni, di un impegno politico collettivo, con «un sostegno deciso e generalizzato alla domanda».

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